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Un uomo pieno di morte

Un uomo pieno di morte

Poesia succube dell’ombra costante di una limitazione oscura e angosciosa, che punge e duole come un’erba urticante, che s’insinua infida sotto lo strato adiposo di un corpo e che attraversa varchi estremi per liberare le impellenze della propria sensorialità: “In questo silenzio / solo mi resta di domandarmi / il perché del peccare, / il districare paziente / la mia perversa natura, / che gli angeli non possono toccare. / In questo buio / solo mi resta questo tormentarmi”. Il tormento che arde come un fuoco dentro di lui è lo stesso che divampa nelle membra di personaggi del mito che come Euridice, Psiche, Hypnos Demofonte e le Cariatidi ha impregnato la loro vicenda spingendoli tra le braccia invocanti della morte. Comune è il richiamo nel turbine che guida il percorso agitato tra eros e thanatos : “Voci a me gridano / volti invisibili cantano: / li sento intorno a me sgorgare, / perduto li ascolto; / quella che udivo nel fuoco / io attendo, / la voce che sola mi chiama”. Le poesie non hanno nemmeno il tempo, o forse il desiderio, di braccare il senso ultimo della vita, trascinate dal vento agitato di un sentire che brama l’imminenza, è già ricordo e non è quasi nemmeno più speranza: “Ché altri mezzi noi non possediamo, oggi: / se cerchiamo un’estasi / l’indizio di una continuità / il miracolo, non ci resta / che la violenza del giaciglio”…

Ci sono libri che incominciano a parlare al lettore già con il titolo, che può costituire un’allusione, un ammicco, una spiegazione o, come nel caso della presente raccolta poetica uscita dall’editore Graphie.it, l’eco umbratile ed emblematica di un fluido limaccioso e graveolente di morte, la cui presenza inquina il terreno sottostante dell’autore, rendendolo putrescente. Vi stiamo parlando di una breve ma intensa silloge, caratterizzata da una forza espressiva inevitabilmente tormentata ed inquieta. Di una raccolta costituita da ventinove poesie, che furono composte, nel corso di diverse stagioni della sua esistenza, da Giorgio Manganelli, indimenticato scrittore e saggista, esponente di correnti avanguardistiche e collaboratore di prestigiose testate giornalistiche scomparso nel 1990 all’età di sessant’otto anni. Fedeli alla sua cifra letteraria, le poesie di Manganelli si caratterizzano per una proclamata trasgressione che ribalta i parametri consolidati di una consuetudine poetica accomodante e omologante. I suoi componimenti sono la testimonianza letteraria di un uomo che, ondivago e turbato, si lascia condurre dall’ossessione di una carnalità disperata che riflette il senso di abbandono, tra materia e respiro, al costante richiamo della morte.