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Un uomo sfortunato

Un uomo sfortunato

Quaranta centimetri quadrati. È la misura di una scatola di cartone. Insignificante, ma adatta ad essere riempita. Ogni oggetto-contenitore prende l’importanza di ciò che si trova al suo interno: se vi è qualcosa di vitale per il proprietario, allora quei quaranta centimetri quadrati di cartone diventano essenziali alla vita. Sua suocera possiede un sacco di scatoloni, tanti che, quando le chiede di uscire a prendere le pastiglie in farmacia, scavalcarli è un’impresa. Che cosa conterranno? Oggetti di una vita forse, cataste di ritagli di giornale, lavori a maglia mai finiti magari. Oppure sono vuote. Che ne può sapere lei se la vita dell’anziana è stata piena o meno di cose con cui riempire scatole? Magari è rimasta sempre sola. Non ha mai fatto viaggi. Non ha mai posseduto degli orecchini di perle. Ecco che, sulla strada verso la farmacia, gli scatoloni continuano ad occuparle la mente. Il senzatetto a lato della strada siede proprio su quei quaranta centimetri quadrati. Cosa conterranno i suoi? E se lei ne possedesse una, avrebbe di che riempirla?... Nemmeno il giorno del suo ottavo compleanno è la protagonista. Di nuovo, è sua sorella a ricevere tutte le attenzioni per aver deciso, in uno scatto di gelosia, di bersi una tazza di candeggina. Mamma e papà possono metterci tutta la buona volontà del mondo, ma non si può ignorare la figlia che ha tentato di avvelenarsi. Non c’è tempo di spegnere le candeline: bisogna correre all’ospedale. Il papà mette in moto la macchina e inizia il viaggio spericolato. Le macchine non si spostano. Il traffico della città è fitto come un bosco pieno d’alberi. Chiede a lei di dargli le sue mutandine bianche. Non vuole: è il suo compleanno. Il papà alza la voce e lei è costretta. Lo vede abbassare il finestrino e iniziare a sventolarle. In un attimo sono all’ospedale e lei continua ad abbassarsi la gonna del grembiule per la vergogna. Seduta sulla sedia d’aspetto sente il freddo della plastica a contatto con la pelle. Un signore le si siede accanto e le dice che lui può comprarle le mutandine senza che i suoi genitori spendano alcun soldo. Non può dirle come si chiama, spiega: è stato maledetto da una strega. Se dice il suo nome morirà all’istante. È un uomo molto sfortunato…

Samanta Schweblin, di Buenos Aires ma risiedente a Berlino, aveva seguito nei suoi precedenti Kentuki, Uccelli vivi e Distanza di sicurezza il filone del realismo magico tanto caro alla scuola sudamericana. Distanza di sicurezza è stato nella lista del Man International Booker Prize e ha vinto lo Shirley Jackson Award. Questo titolo non è certo casuale: Shirley Jackson compare in ogni racconto di Schweblin, anche in Un uomo sfortunato. In questo caso, il gotico e l’orrore sono rappresentati in modo realistico, come malattie, deformità dei rapporti familiari. Che cosa succede nelle case delle persone? Che cosa conosciamo delle persone con cui viviamo e dei loro istinti più nascosti? I due racconti che compongono questa breve raccolta, Quaranta centimetri quadrati e Un uomo sfortunato, sono stati raccolti da SUR anche in una successiva pubblicazione, Sette case vuote. Ecco quindi ‘la casa’, quell’elemento appunto tanto amato dalla maestra del gotico Shirley Jackson. Delle mura che dovrebbero rappresentare la sicurezza, il calore e l’amore, ma che, se infettate dall’orrore, diventano l’inferno sulla terra. La protagonista di Quaranta centimetri quadrati non conosce la suocera e, infastidita dalle scatole disseminate nella sua casa, si chiede di cosa siano colme. Che cosa abbia accumulato nella sua vita. La domanda le sorge spontanea: quali sono gli oggetti che davvero devono essere conservati, che determinano una persona? Una scatola se è vuota significa che lo è stata anche un’intera vita? Il pensiero la terrorizza. Un uomo sfortunato è quello senza nome che compra delle nuove mutandine alla piccola protagonista del racconto, accompagnandola fuori dall’ospedale in cui si trova con la sua famiglia e portandola al centro commerciale. Se i genitori si fossero presi cura di lei, non sarebbe successo. Se l’avessero stretta per mano, facendola sentire al sicuro, lei sarebbe ancora seduta in quella sala d’aspetto. Come in tutti i racconti della Schweblin, un singolo elemento è destinato a turbare il lettore per ore, giorni, forse mesi. Questa breve raccolta non è da meno.