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Un volto nella folla

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Stazione radio KFOX. Una tranquilla mattina tra musica, notizie e intermezzi pubblicitari. “Pronti? Fiato alle trombe. Suonate i cimbali. Entra Mister Rhodes”. Indossa stivali da cowboy e un completo marrone non stirato avvolge la sua figura robusta. Si rivolge alla conduttrice, con il volto arrossato e un sorriso dolce (“Troppo dolce. Troppo carino”): il suo nome è Larry “Lonesome” Rhodes, è un cantante folk, viene da Riddle, Arkansas, e lei farebbe proprio bene a dargli una possibilità, sissignore. Tira fuori la chitarra, che si è costruito da solo con una vecchia scatola per sigari, un pezzo di corda di pianoforte e un po’ di sputo. Inizia a suonare, piuttosto male in verità, ma raccontando fra una strofa e l’altra storielle divertenti. Fa colpo sul capo, il vecchio Macdonald, intonando Bury Me Not on the Lone Prairie “fino all’ultima strofa di patetica auto-commiserazione”. È deciso: Lonesome avrà subito uno spot di mezz’ora, perché una stazione radio “al cento per cento americana” come Fox “dovrebbe mandare in onda un po’ di canzoni americane vecchio stile e anche un po’ di chiacchiere vecchio stile”. Inizia così l’ascesa di “Lonesome” Rhodes, l’uomo del popolo… Incontriamo Doc mentre lavora al drugstore all’angolo. Ha le sembianze di un uomo di mondo, più che di un impiegato, nel suo completo a doppio petto con un garofano appuntato all’occhiello. “Quel tipo di uomo capace di dare alla vendita di un farmaco da banco la stessa dignità che si può ottenere vendendo manoscritti rari”. Doc sembra prendere fin troppo seriamente la sua missione, specie quando il farmaco richiesto si rivela essere destinato al noto produttore Harry Small… Bordo ring, corridoio. Ad assistere al match, come ogni venerdì sera, alla sinistra c’è ‘Edward J. (Campione) Dempsey’, faccia da bue, voce profonda e di gola. “Anni prima si era autoproclamato una sorta di claque a membro unico, per incitare i pugili a combattimenti più cruenti”. Alla destra, al posto di Mr Rogers, l’avvocato dal portafogli gonfio: ecco il suo stenografo, il magro e nervoso Glover…

Tre short stories, qui raccolte in volume dall’editore Mattioli 1885 nell’ottima traduzione di Silvia Lumaca, a comporre una “radiografia sociale dell’America degli anni ‘50”. Questa la definizione data dal curatore Gian Paolo Serino, critico letterario e fondatore della rivista culturale “Satisfiction”. E c’è, senz’ombra di dubbio, un rigore quasi scientifico nello sguardo che Budd Schulberg, sceneggiatore, scrittore e giornalista originario di New York, rivolge in questi suoi scritti alla società americana del tempo, anticipandone in una certa misura gli sviluppi futuri mentre ne rappresenta, in pochi accurati tratti, i più evidenti chiaroscuri. Le contraddizioni dell’American Dream e dei suoi falsi miti, del culto del successo e della personalità, dello spietato mondo dello spettacolo (il padre di Schulberg era produttore e manager di quella che sarebbe poi divenuta la Paramount Pictures), dei conflitti tra individuo e società, della spettacolarizzazione della scena politica. Si tratta di tematiche già affrontate in parte da Schulberg in alcuni dei suoi precedenti romanzi (tra gli altri Perché corre Sammy?, 1941 e I disincantati, 1950) e qui riproposte in veste di racconto. Nella patetica e serissima recita di Doc in Questa è Hollywood. Nelle due battaglie parallele, dentro e fuori dal ring, messe in scena ne L’imbonitore. Nel magistrale e più disteso racconto in apertura, edito per la prima volta nel 1953 col titolo Your Arkansas Traveler. Personaggio iconico, Larry “Lonesome” Rhodes, il cantastorie del Sud dall’ambiguo e irresistibile magnetismo capace di manipolare il sentire delle folle, il difensore del “vecchio stile” e dei bei tempi andati. Lonesome, racconta la voce narrante del racconto, la giornalista Marcia, è il beniamino dell’uomo comune, sfrontato, “volgare ed efficace”. Non sa niente di niente ma ha – oh, se ce l’ha – un’opinione su tutto, persino sulla politica internazionale, in una spirale crescente di eccessi e autodistruttivo narcisismo. Non stupisce che l’ascesa di Lonesome sia divenuta soggetto cinematografico di successo nel 1957, per la regia di Elia Kazan – quest’ultimo e Schulberg avevano già lavorato assieme, portando sugli schermi il romanzo Fronte del Porto (Waterfront, 1954) e conquistando un Oscar alla miglior sceneggiatura originale. Una scrittura limpida e – di nuovo Serino – “disincantata”, unita ad una indiscutibile capacità di tratteggiare personaggi vivi e tridimensionali, il tutto nel solco della migliore tradizione del racconto e del realismo americano. Una lettura breve e imperdibile.