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Una barca nel bosco

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Gaspare si sveglia e si lava al freddo perché il riscaldamento non è ancora partito, si veste al buio per non svegliare la mamma che va a letto sempre tardi, e si prepara la colazione da solo perché zia Elsa ad alzarsi troppo presto le gira la testa e rischia di cadere. Inzuppa il pane nel latte scaldato nel pentolino, facendo attenzione che non prenda il bollore e non sgoccioli sul fuoco, se no puzza incredibilmente. Questa mattina di buio e freddo gli pesa, sente la solitudine dell’esistenza. Poi però esce in strada, dove incrocia altra gente, altre persone che sembrano felici e quindi gli passa tutto, perché va al liceo, e non in una “scuoletta da ridere”, quindi deve considerarsi fortunato. Prende il tram, così zeppo di gente che gli sembra impossibile riuscire a salirci. Gaspare Torrente non ha mai visto un tram: non esistono sullo “sputo di isola” da dove lui viene. Lo colpisce la costrizione di un mezzo che non può muoversi come vuole, ma deve seguire un percorso obbligato seguendo binari e fili elettrici. Arriva a scuola un’ora e venti in anticipo, perché non vuole fare tardi proprio il primo giorno e aspetta che aprano il portone seduto sulla panchina del viale, guardando le foglie che cadono, già a settembre, che strano. Finalmente si formano le classi, Gaspare è assegnato alla prima B ma il suo primo giorno di liceo non è quello che si aspettava, non è un giorno da ricordare, perché lo passa a guardar scarpe: quelle dei suoi compagni che fanno lo stesso con lui, loro però ridono…

Gaspare racconta di sé e della sua vita, in prima persona e al presente, con uno stile colloquiale, orale, ricco di neologismi e onomatopee, seguendo il flusso di coscienza e inanellando aneddoti, qualche volta alla rinfusa, qualche volta trascinati dalla memoria, spesso senza un apparente filo logico. Emergono chiaramente emarginazione vs omologazione, solitudine, mediocrità, pregiudizio, così come il malessere, l’angoscia, il turbamento e il disagio dell’adolescenza, esacerbati dall’immigrazione, vissuta non come stimolo ma come disorientante perdita di radici. Un romanzo dolce-amaro dedicato a chi si sente sempre fuori tempo e fuori posto, a chi è come “una barca nel bosco” che non riesce a integrarsi. Gaspare è un personaggio con cui però è difficile empatizzare da adulti: esageratamente disadattato, sempre alla ricerca dell'approvazione delle persone sbagliate, esiste immerso in un torpore che lo aliena dalla vita. Forse una lettura in adolescenza rende più facile trovare similitudini ed attinenze: Paola Mastrocola insegna al liceo e se pure raccontandolo con un tratto eccessivo, quasi caricaturale, sa sicuramente di cosa parla. Gaspare siamo noi, cerchiamo rifugio in qualcosa di concreto, trattenuti dalla paura di fallire. A tratti fiabesco ma in senso surreale, e poco lineare, Una barca nel bosco è una parodia satirica (mal riuscita), dove la denuncia estremizzata di scuola e università, sfuma in argomenti più profondi e intimi che stimolano la riflessione, e utilizza l’albero e la barca come metafore importanti di grandi tematiche della vita. Peccato per i salti temporali che lasciano lacune importanti nella narrazione e brani sospesi e abbandonati, con qualche imprecisione cronologica. Il finale commovente dà una chance a una storia che procede lenta e un po’ noiosa.