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Una come lei

Una come lei

Attraversare lo Stretto di Long Island si trasforma in un’esperienza sensoriale: occhi, respiro e canto silenziosi, venti “che porteranno via le punte dei piedi / e le orecchie del cavaliere / o dell’amante”. Fino all’esclamazione finale che annuncia buone nuove. Una strega, caverne trasformate da oggetti semplici, quotidiani. Una donna mai compresa. Un sogno, “tu sopravviverai a mio marito e a mio padre”, che dice quanto l’essere donna solo per vivere negli occhi e nei desideri degli uomini non basti più: “non sono più donna / di quanto Cristo fosse un uomo”. Una donna che, nel sentire comune, è donna veramente solo se moglie, “accuratamente coniata per te / modellata dalla tua infanzia, / modellata dalle tue cento biglie preferite”; “ha sistemato fiori selvatici sulla finestra a colazione, / si è seduta al tornio a mezzogiorno, / ha messo al mondo tre figli sotto la luna”. Aderire ad un modello lontano dal proprio sentire e scrivere di pazzia. Follia fatta di suoni e gesti, e di comandi di dita e campanelle. Relazioni che iniziano e nessuna paura di morire. Presagio di morte, desiderio di morte: “La morte ha le ossa tristi; tumefatte, si direbbe, / e tuttavia mi attende, anno dopo anno, / per risanare delicatamente una vecchia ferita, / per svuotare il mio fiato fuori dalla sua cattiva prigione”...

Poetessa anticonformista, premio Pulitzer nel 1967, morta suicida a soli 46 anni, Anne Sexton si racconta nei suoi versi, come per un bisogno di catarsi. Scrivere come terapia, come antidoto al male di vivere, come risposta al bisogno di autodeterminazione, mettendo a nudo le fragilità e rivendicando con forza e passione un ruolo diverso in una società che nega la dimensione sensuale del femminile. Che cosa è una donna? È sufficiente relegarne l’immagine a pentole e cucchiai? Può ridursi ad un capo imbellettato? Nei versi di Anne Sexton c’è tutta la fatica di sentirsi inadeguata, diversa, non allineata ad un’idea di donna plasmata dal patriarcato, che la vede semplicemente come un oggetto di piacere o una risposta ad un bisogno di accudimento. La scrittura della Sexton sa cogliere dettagli e sfumature e ne fa simboli di un mondo interiore mai sufficientemente esplorato, sempre in bilico tra follia e lucidità, morte e sessualità, poesia e vita, dipendenza e femminilità. La postfazione di Marina de Carneri, che ne ha curato anche la traduzione, arricchisce di spunti di riflessione un libello di poco più di quaranta pagine, sorprendentemente attuale, che non è possibile leggere tutto d’un fiato: è necessario assaporarne con calma parole, ritmi, immagini e suggestioni; lasciarsi interrogare e trasportare per approdare alle origini del dibattito contemporaneo sull’identità e il ruolo della donna. Senza preconcetti o falsi pudori. Come la Sexton, a modo suo, ci insegna.