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Una donna chiamata Camille Claudel

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Nella dolcezza della campagna francese una giovane donna corre tra i prati, soffermandosi di tanto in tanto per guardare il sole scomparire all’orizzonte, i colori della natura circostante e perfino i suoni, perché anche quelli vuole immagazzinare nella mente. La sua è una personalità speculativa: osservazione, ricerca, studio, applicazione. È un processo ponderato che compie in ogni piccolo gesto e quando si lascia andare al solo piacere di correre libera per la campagna francese lo fa esclusivamente per giocare e far divertire sul fratello minore, Paul, che ama visceralmente quella sorella e la sta ad ascoltare anche quando straparla di fare la scultrice, andare a Parigi, esporre le sue opere, diventare un nome immortale nel mondo dell’arte. La ragazza si chiama Camille Claudel ed è la sorella maggiore di Paul Claudel, poeta e drammaturgo della cerchia di Mallarmé, Verlaine e Rimbaud. Alla fine la scultrice riuscirà a farla per davvero, dando vita a opere immortali e commoventi come Le pettegole, ma il suo sogno finirà per trasformarsi anche nel suo peggiore incubo che la trascinerà in una storia d’amore e sesso tossica e fatale con il maestro scultore Rodin e la porterà prima a essere ritenuta universalmente pazza per la sua volontà di fare un lavoro “da uomini” e infine a finirci realmente in un manicomio, dal quale non uscirà mai più e del quale racconterà solo attraverso lettere inviate a suo nipote…

Un saggio romanzato questo della Delbee che, come narra la stessa autrice in più di una intervista, nasce dall’assoluto desiderio di “rendere giustizia” a una donna che voleva solo essere libera di esprimersi, lavorare e amare assecondando la propria natura. E che invece si ritrova sommersa da decenni di pregiudizi nei confronti della sua arte e anche della sua vita privata. Il suo maestro e amante infatti - molto più anziano di lei e sposato - veniva giustificato in quanto uomo e in quanto sommo scultore e Camille vista solo come la giovane arrampicatrice sociale che per arrivare a farsi esporre ha avuto la necessità di sedurre il proprio mentore. Tutto falso, ovviamente. L’indiscusso talento di Camille era stato riconosciuto per primo proprio da Auguste Rodin, che la aveva voluta nella sua scuola laboratorio per istruirla su tecniche e mestiere proprio perché colpito dal genio artistico della ragazza, dalla sua determinazione e dalla sua fama di apprendere. E la relazione sessuale e sentimentale con lei lo aveva visto sempre molto assertivo. Certo, Camille possedeva anche un fascino tutto particolare, con i suoi splendidi occhi scuri in cui si scorgevano le fiamme della sua attitudine artistica e della sua personalità volitiva, e da una bellezza sapiente e non ostentata. Per questo, lo stesso Debussy pur di starle accanto aveva accettato di esserne solo amico anche se rimaneva follemente innamorato di lei, ma Rodin ne approfittò in maniera assolutamente vigliacca prima illudendola sentimentalmente e poi relegandola al ruolo di povera pazza nel preciso momento in cui comprese che quella giovane alunna avrebbe potuto offuscare la sua fama di scultore. Tradita due volte e con il gruppo degli amici “preraffaelliti” di suo fratello pronti alla diaspora dopo la conversione di Paul al cattolicesimo più ortodosso, Camille si lascia andare e, quando viene tradotta nel manicomio che la ospiterà fino alla sua morte, lo fa quasi con rassegnazione docile. Ma il suo spirito indomito non vacilla neppure nelle quattro mura di un istituto che tratta i pazienti come rifiuti umani e non lesina umiliazioni morali e corporali. Mai Camille smette di sentirsi artista, mai la sua anima e il suo cuore vacilleranno per farle dimenticare quello che per altri trenta anni è stata e ha prodotto artisticamente. Ed è questo spirito, questa eredità che lei lascerà ai posteri, alle donne che le succederanno e che come lei vorranno fare le scultrici o le artiste, lo tramanderà attraverso le molte lettere dal manicomio inviate a quello che resta della sua famiglia e di cui questo saggio ne riporta alcune di assoluta forza emotiva. Un lavoro letterario di denuncia, dunque, ma che possiede allo stesso tempo la bellezza della storia di una donna diventata capostipite e paladina di una avanguardia culturale e sessuale che non ha mai smesso di essere ritenuta avanguardia.