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Una famiglia

Una famiglia

Hikari nasce il 13 giugno 1963 e subito è chiaro a papà Kenzaburō e a mamma Yukari che qualcosa non va. Una grave malformazione cerebrale spinge addirittura i medici a consigliare ai genitori di lasciarlo morire, dato che le speranze per lui di vita sono bassissime. Ma quei medici si sbagliano. Hikari inizia, a modo suo, a vivere dopo un’operazione al cervello determinante nell’aprire un piccolo spiraglio tra la sua interiorità e il mondo circostante. È autistico, soffre di crisi epilettiche e ha problemi di vista, ma a cinque anni ecco che con una semplice frase, la prima ad avere un senso compiuto, riesce a comunicare. “È un porciglione!” esclama, imitando la voce narrante di un disco contenente la registrazione dei canti di più di cento specie di uccelli. Hikari quel CD lo ascolta ormai maniacalmente da diverso tempo. La sua sensibilità alla musica è qualcosa che ha sempre dimostrato, fin da piccolissimo. “Bebe” e “Unpa” sono i suoi amici, Beethoven e Chopin. Le lezioni di pianoforte forniscono a quel bambino chiuso nel suo mondo un mezzo efficace di comunicazione: non parole, ma suoni. Nascono componimenti che parlano di loro, di una famiglia che cerca di superare la debolezza di uno dei suoi componenti facendo appello alla propria creatività. Sugli spartiti prendono forma “Diploma” che celebra la fine delle scuole elementari, “La marcia dell’uccello azzurro” per la festa all’Istituto per disabili Uccello azzurro e una dolce “Estate a Kita Karuizawa” per conservare le sensazioni delle vacanze trascorse nella casa di villeggiatura. È vero, non mancano momenti in cui a prevalere è l’amarezza e lo sconforto, in cui attacchi di rabbia e attimi di totale insofferenza si fanno strada nell’animo provato e stanco di chi deve accudire costantemente un disabile non autosufficiente. Ma al contrario di Thel, l’eterea creatura del poema di William Blake, che alla vista della valle di lacrime e dolore dove l’uomo si trovava a vivere non poté far altro che urlare e tornare nel regno della vita eterna, lo spirto di Hikari e degli altri Ōe ha scelto invece di rispondere in modo diverso: diamoci da fare...

Una famiglia racchiude riflessioni che il premio Nobel Kenzaburō Ōe ha elaborato e appuntato nell’arco dei diversi anni passati a fianco del figlio disabile. Proprio per la sua natura, quasi assimilabile a un diario personale, gli episodi si susseguono in ordine randomico e assumono una struttura apparentemente scollegata per un lettore che della vita strettamente privata di Ōe conosce probabilmente ben pochi dettagli. Si tratta di un testo che necessita di una particolare premura nella contestualizzazione temporale e sociale: stiamo affrontando parole pubblicate nel 1995, in una società, quella giapponese, che ancora oggi fatica ad accogliere il diverso, l’atipico e i soggetti non socialmente produttivi. Queste riflessioni nacquero non a caso come articoli pubblicate su una rivista scientifica rivolta ad un pubblico del settore. In alcune parti, la scelta di terminologia tecnica e quasi asettica potrebbe stridere con gli attuali standard linguistici e di espressione, assumendo sfumature volutamente provocatorie e irrispettose della forma. Come quasi in ogni sua produzione letteraria, anche in questo scritto Kenzaburō fa della propria esperienza privata un manifesto di ideali e uno strumento di denuncia sociale: “Devo riconoscere che il tema principale attorno al quale ha ruotato tutta la mia attività di scrittore è stato proprio il modo in cui la mia famiglia ha impostato la convivenza con questo suo membro diverso”. Non mancano passaggi di lucido ragionamento, di obiettiva constatazione dei limiti di una società che ancora percepisce la disabilità come una vergogna da nascondere e isolare. Tornano riflessioni aspre sui fatti di Hiroshima da cui scaturiscono pensieri di profonda ammirazione e riconoscenza nei confronti di medici dediti non solo alla professione, ma anche alla coltivazione di compassione ed empatia. A ciò si accompagna un dialogo più intimo, quello di un Ōe padre e non solo divulgatore: un ventottenne, nel bel mezzo di una “crisi di identità della giovinezza” che incassa il duro colpo della nascita di un figlio affetto da una grave disabilità intellettiva e che decide di partire proprio da lì per dare un nuovo senso e un ritrovato equilibrio alla sua vita.