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Una forma di vita

Una forma di vita
Amélie è una scrittrice belga molto affermata, che riceve ogni giorno moltissime lettere dai suoi lettori, dai suoi fan e da ogni sorta di mitomane e persona bizzarra. Una di queste missive riesce però a catturare la sua curiosità: un militare statunitense di stanza a Baghdad le scrive confessando di “soffrire come un cane” e confidando nella sua comprensione. In un primo momento Amélie pensa a uno scherzo ma, non volendo essere scortese, risponde comunque e gli invia quelli dei suoi libri che sono stati tradotti in inglese, con un autografo. A sbalordirla è il fatto che Melvin Mapple, questa la firma delle lettere dal fronte, conosce già tutti i suoi romanzi e quello che realmente vuole è confidarle il suo dramma e quello di molti altri come lui. Melvin, infatti, come parecchi suoi commilitoni, è obeso. Una piaga dell’esercito americano, a quanto sembra, una lenta e suicida protesta alla guerra, una droga che permette di affrontare questa guerra, come già l’oppio lo era stata per il Vietnam. L’interesse di Amélie viene risvegliato da questa stravagante corrispondenza, che poco a poco la porta ad aspettare con trepidazione ogni nuova lettera di Melvin. Che improvvisamente sembra scomparire nel nulla. Amélie inizia così una preoccupata ricerca di quello che ormai è diventato un amico …ma sarà preparata ad affrontare la verità?...
Amélie Nothomb ci ha abituato a romanzi fulminanti e ironici, capaci di mettere in risalto le assurdità delle nostre vite proprio esagerandone i tratti e presentandole come delle favole. Anche in questo caso la Nothomb mischia realtà e finzione, tratti della sua giornata noti a qualsiasi suo fan (le centinaia di lettere a cui risponde con costanza ogni mattina dal suo ufficio in casa editrice a Parigi) e il mittente fittizio e tragicomico di una corrispondenza alquanto particolare, portatore di una storia che davvero sembra assurda. Lo spunto è interessante, e si riconosce nell’idea le abituali ironia e comicità urticanti della scrittrice belga. Ma la storia pare zoppicare e avanzare a fatica pur nella brevità del romanzo. Indulgente nella cortesia di scrittrice che, costi quel che costi, apre personalmente la sua posta ogni mattina e risponde anche a chi da lei continua a chiedere attenzione, comprensione, un rapporto “speciale” e “privilegiato” senza accorgersi di abusare di quella stessa cortesia che viene loro concessa. La verve comica si spegne a ogni voltar di pagina e il tono autobiografico così marcato, dove in altre occasioni aveva toccato le vette più alte della letteratura della Nothomb (La metafisica dei tubi, Biografia della fame, Stupore e tremori), sembra invece mortificare il romanzo ed esaltare semplicemente l’immagine che di sé vuole fornire l’autrice. L’impressione è di rimanere sulla superficie di un romanzo scritto con poca convinzione e mai davvero approfondito. Amélie Nothomb scrive quattro libri l’anno; tre finiscono nel cassetto e solo uno vede la stampa. Viene da chiedersi se non si sia sbagliata di cassetto questa volta.