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Una luce abbondante

Una luce abbondante

Sacravento, da qualche parte al sud Italia. Quella di Francabbù è una famiglia strana, talmente strana che l’ha costretta ad invecchiare presto. Non è giusto, pensa Francabbù: nelle famiglie normali è la madre che si prende cura della propria bambina…ma nella sua, invece, capita l’esatto contrario. Sua madre Marinzaina è una donna pigra, con sei dita per mano, fortemente sovrappeso e con degli orribili peli sul viso. Non fa niente per prendersi cura di se stessa: in compenso gioca sempre con le biglie di vetro (una passione trasmessale da suo padre quando era una bambina), e continua ad accatastare roba dentro casa. Vestiti, elettrodomestici, libri, giocattoli, qualunque cosa scartata dagli altri. Marinzaina almeno, si cura di lasciare sempre dei corridoi affinché suo marito Silverio e Francabbù possano svolgere le normali attività domestiche. Ma queste non sono le cose più strane che la donna combina; quando le piglia “l'onda”, ne fa di ben peggiori: come salire sul pulpito in Chiesa, per esempio, e informare i fedeli raccolti per la funzione che è (nuovamente) incinta di un angelo. E Silverio? A lui non resta che avvicinarsi alla moglie e portarla via, dolcemente. È incredibile come Silverio, nonostante tutto, veneri Marinzaina: Francabbù non ha mai conosciuto un uomo più buono di suo padre. Non c'è mai disappunto o rimprovero negli occhi dell’uomo: solo pazienza e amore incondizionato, senza pregiudizio. Dopotutto, Marinzaina è l’amore della sua vita. Prete mancato, fornaio fallito, Silverio guida l’ambulanza: ed è così, che a suo tempo ha conosciuto sua moglie in una delle sue brutte giornate, quando è andato a prenderla a casa per portarla all'ospedale dei matti. Non era la prima volta per lei: l’andirivieni tra casa e ospedale è una consuetudine per la madre di Francabbù; una volta, Marinzaina è rientrata mano nella mano con un bambino bulgaro tutto sgrammaticato, Marsol. Così, marito e figlia hanno anche dovuto accettare un nuovo membro nella famiglia. Ma Silverio non è il solo abitante misericordioso di Sacravento: c’è anche Suor Teresa di Cristo e basta, una suora che non è più suora adesso. Ha messo da parte l’abito per dedicarsi interamente alla migliore amica di Francabbù, Sarsì, una bambina orfana affetta da asma che gira sempre attaccata ad una bomboletta di ossigeno, ma alla quale non manca mai il sorriso…

“È un paese ai margini. A me piaceva raccontare la marginalità, la famiglia sbagliata che però insegna delle cose giuste, la gente povera che però ha dentro di sé la ricchezza. Mi piaceva mostrare una società che non è fondata sui trionfi. Sai cosa penso del mio libro? Che va letto come un movimento ininterrotto di bene. In questa storia vince chi si dona e perde chi rimane fermo, chiuso in se stesso. Io l’ho capito dopo averlo scritto”. Così Sonia Serazzi riassume l’essenza del suo ultimo lavoro in un'intervista al “Corriere Calabria”. Sacravento come paese immaginario quindi, ma al contempo rappresentazione universale di un luogo molto caro all’autrice: il paesino del profondo sud degradato e produttivamente arrestato, vittima della povertà e delle malelingue, ma sempre pronto a tendere la mano nel momento del bisogno. Un luogo dove anche l’emarginato diventa centro. La Serazzi, napoletana di origini, ha deciso di abitare in un paesino molto simile; San Vito sullo Jonio, 1600 abitanti in provincia di Catanzaro, è il paese di sua nonna: “è qui che ho deciso di fiorire”, afferma. E la sua è senza dubbio una voce originale, acuta, profonda. Così come originali e acuti sono i suoi protagonisti, grandi e piccoli, eroi feriti da un quotidiano pesante che non lascia molto scampo: sono i cosiddetti “ultimi”, coloro che non hanno una collocazione precisa nello scacchiere sociale; campioni di resilienza che galleggiano alla grande senza farsi mai risucchiare dalla marea; coloro che non si arrendono al buio perchè la luce della speranza è di gran lunga più forte. Una luce che prova a restituire dignità e bellezza a destini altrimenti avversi, irradiandosi dai luoghi più improbabili: dalle lamiere, dalla polvere, dall’immondizia. La Serazzi conosce bene il disagio sociale (grazie anche alla sua lunga esperienza diretta col volontariato), e ce lo racconta con una grazia e una delicatezza straordinarie: Sacravento assume così dei contorni quasi magici e indistinti, cosicché follia, violenza e solitudine riescono a sfiorarci appena: ci disturbano ovviamente, ma non ne siamo completamente sopraffatti. Una luce abbondante non è una storia semplice nemmeno dal punto di vista narrativo: difficile imbastire una trama. Forse più semplice trovare un filo conduttore: il rapporto tra genitori e figli; quell’amore genitoriale che non è sempre quello convenzionale - ma non per questo meno forte - e che talvolta proviene da chi non ti saresti mai aspettato. L’originalità della scrittura all’inizio è spiazzante, ma una volta entrati nel mood ti trascina piacevolmente fino alla fine.