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Una lunga notte messicana

Una lunga notte messicana

Ritrovano Greta Ortega, la cugina trentaseienne di Jamón, in fondo a burrone, lungo la strada verso il Pacifico, a trenta metri dalla sua decapottabile. Indossa un abito bianco, un foulard a pois e una sola scarpa rossa, l’altra è finita più giù, in un boschetto di fiori spinosi. Nell’automobile finita ancora più in basso c’è Beppe, il suo amante parrucchiere milanese. Dicono che avessero bevuto, gli hanno permesso di leggere il rapporto, di vedere le fotografie dei rilievi scattate di notte, il referto della biopsia, avevano mangiato gli huevos separados, non riesce più a mangiarli. Immagina l’imbarazzo del poliziotto con il compito di comunicare al marito Carlos quanto emerso dalle indagini, cioè che Greta era morta in compagnia dell’amante. Greta si annoiava con il marito nonostante avesse uno spirito curioso, una intensa vita sociale e la capacità di prendere le cose in leggerezza, ma soprattutto nonostante fosse profondamente innamorato di lei. Il loro incontro era stato quanto di più cinematografico si possa immaginare. Durante la sanguinosa notte del 2 ottobre 1968 o meglio conosciuta come “notte di Tlatelolco”, Carlos filmava con la sua Super8, come faceva da mesi, le manifestazioni studentesche e operaie che contestavano il sistema, il partito unico, soprannominato “gang delle mummie”. In mezzo alla folla aveva visto Greta, che pur non essendo una studentessa era lì con due amici pittori di Belle Arti…

Per il suo primo, Una lunga notte messicana, Isabelle Mayault, reporter e scrittrice, si è ispirata alla notizia pubblicata nel 2010 dal settimanale “The Nation” sul prezioso ritrovamento avvenuto nel 2007, da parte dell’International Center of Photography (Icp) di New York, fondato da Cornell Capa, grande fotografo e fratello del più conosciuto Robert. Tre scatole con 126 rullini fotografici di Robert Capa, 4.500 negativi del grande fotoreporter David Chim Seymour e di Gerda Taro, arrivate, con un misterioso e lungo percorso, fino a casa del regista di documentari Benjamin Tarver, che li ha conservati fino alla non facile decisione di condividere e far conoscere al mondo quella ricca documentazione fotografica, rimasti nascosti per ben settanta anni. Il libro è diviso in tre parti, ciascuna dedicate alle donne che custodirono i negativi prima che fossero ereditati da Benjamin Tarver. Il racconto procede tra fatti storici e lacune, gli “angoli morti”, colmati dalla fantasia, con uno stile semplice e una trama non lineare, che affatica un po’ il lettore. La narrazione invita alla ricerca delle fotografie nel catalogo della prima mostra tenuta dall’ICP a New York (2010/2011) a cui ogni tanto fa riferimento. Immagini di soldati e persone segnate dalla sofferenza, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, della Shoah, della Guerra civile che ha distrutto la Spagna e il suo popolo e che è stata immortalata da Picasso nel suo Guernica. Un omaggio anche al Messico, che accolse quasi ventimila intellettuali, artisti, scienziati repubblicani spagnoli sconfitti dalla dittatura franchista.