“La mia agente, si chiama Valentina, una volta mi ha telefonato mi ha detto che la casa editrice Laterza voleva fare una collana che si intitolava Una notte a…, dove chiedevano agli scrittori di passare una notte in un museo e di raccontare com’era, e che avevano pensato che io avrei potuto scrivere un libro sull’Ermitage di San Pietroburgo. “Sei contento?”, mi ha chiesto Valentina. “No”, le ho risposto io”. A San Pietroburgo, nell’estate del 2023, Paolo Nori tenta di compiere un gesto semplice e al tempo stesso straordinario: passare una notte al Museo Russo (perché “all’Ermitage c’è l’arte occidentale, al Museo Russo c’è l’arte russa”). Ci arriva da Helsinki, via autobus, con un fonico e un fotografo, e mentre cerca di ottenere un permesso per girare tra le sale del museo - permesso che non arriverà mai - pagina dopo pagina prende vita un viaggio nella Russia reale e ideale, da cui si diramano memorie personali, aneddoti di viaggio, riflessioni politiche e letterarie…

Come Nori ci ha insegnato in tutta la sua produzione letteraria, è proprio nell’impossibilità dell’impresa che si apre lo spazio narrativo in cui lo scrittore preferisce muoversi, con la sua consueta andatura divagante e ironica. Ma questa scrittura sincopata, apparentemente casuale, nasconde un’architettura precisa: ogni digressione è un tassello di una più ampia mappa mentale, in cui la letteratura diventa una delle possibili chiavi per comprendere il presente. Una notte al Museo Russo , cioè qualcosa che non si avvererà mai, è un diario di fallimenti (“la cosa più significativa che io abbia fatto, nella mia vita, è essere censurato dalla preside della Bicocca”), di deviazioni, digressivo ma mai dispersivo. E sullo sfondo si staglia l’ombra lunga della guerra, che trasforma ogni osservazione in una domanda implicita sulla responsabilità, sul potere, sulla sopravvivenza della cultura. E quindi se è vero che la notte al museo non ci sarà, ci sono però le code, il cielo basso, i neon post-sovietici, Achmatova, Brodskij, Dostoevskij, Sklovskij, l’orologio Raketa, l’amaretto di Saronno e quella ferita, chiamata Russia, che continua a sanguinare.