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Una psicoanalista a Teheran

Una psicoanalista a Teheran

Non è la prima volta che Gohar Homayounpour riceve pazienti in Iran, ma sente un’angoscia nuova, legata a insicurezze profonde: teme di non trovare le parole giuste in lingua straniera, di essere troppo giovane o di non essere all’altezza del proprio ideale dell’Io. Si interroga sul senso di libertà conquistata in quel contesto, lontana dai vincoli accademici e politici europei, ma percepisce come questa stessa libertà la spaventi. Arrivata a Teheran con i suoi titoli, si ritrova a lavorare senza dover rendere conto a nessuno, in un Paese contraddittorio: privo di democrazia e libertà politiche, ma dove i suoi diritti professionali sono tutelati più che altrove. Tuttavia, questa condizione privilegiata non la solleva dall’angoscia. Quando nel suo studio entra la signora N., alta, ben vestita ma segnata dalla sofferenza, la psicoanalista la invita a sedersi e subito si accorge della sua fragilità. La paziente racconta di averla cercato subito, appena saputo dell’arrivo di una nuova giovane analista. Non vuole parlare del suo problema principale, ma porre domande. Racconta di aver fatto analisi in passato, di essere pittrice, di aver vissuto a Parigi, e di essere caduta in depressione. Poi confida due sogni ricorrenti: nel primo sogno non riesce mai a finire di vestirsi per partire, bloccata dall’angoscia; nel secondo, cerca invano l’attenzione della madre, che la ignora e balla felice con altri uomini. L’analista interpreta questi sogni come simbolo di angoscia, castrazione e desiderio di riconoscimento negato. Emergono anche le mani deformate della paziente, segno di una brutta artrite, che diventano simbolo della perdita del suo organo professionale di pittrice. La psicoanalista si sente destabilizzata, quasi spodestata dal proprio ruolo, mentre la paziente tenta di invertire i ruoli della seduta…

Fin dalle prime righe del testo Gohar Homayounpour mette a fuoco il cuore della sua esperienza: la psicoanalisi, che l’autrice ha praticato a lungo a Boston e che ora esercita a Teheran, non cambia nella sua essenza, perché universale è la sofferenza umana. A cambiare, piuttosto, sono le condizioni di contesto, i tabù culturali, le attese che la società proietta sul lavoro dell’analista. Il libro si nutre di paradossi che costringono a riflettere. In Iran, uno dei Paesi più politicizzati e repressivi al mondo, l’autrice si scopre libera da quelle macchinazioni accademiche e istituzionali che soffocano la creatività dei giovani analisti in Occidente. Qui i suoi diritti di professionista vengono tutelati più che altrove. Eppure, nello stesso tempo, il contatto ravvicinato con la propria comunità, con i suoi pazienti e con le dinamiche culturali, la espone a una fatica emotiva molto maggiore. Le è più difficile, a Teheran, mantenere quel distacco analitico che in Occidente considerava imprescindibile. Accetta regali che avrebbe sempre rifiutato, si sente in imbarazzo nel discutere di parcelle, fatica a segnare la fine delle sedute. È costretta, insomma, a rinegoziare la propria identità professionale. Questa “inquietante estraneità” – l’esperienza di riconoscersi diversa da sé stessa – attraversa tutto il volume e lo rende affascinante. Episodi quasi comici, come quello in cui si ritrova sul lettino mentre la paziente occupa la sua poltrona, diventano occasione per esplorare il controtransfert e le oscillazioni dell’identità dell’analista. La psicoanalisi, Homayounpour sembra dirci, funziona anche senza lettino, o forse proprio quando il lettino diventa simbolo mobile, fluido, instabile. Accanto alle riflessioni teoriche, il libro regala pagine toccanti dedicate ai pazienti: la ragazza costretta a lasciare la famiglia perché “non merita più la loro bontà”, il camionista macho che confessa la paura del buio e chiede di guarire la propria anima. Storie che infrangono stereotipi, soprattutto quelli occidentali, e restituiscono una società complessa, stratificata, in cui religiosi e laici, modernizzatori e tradizionalisti trovano nello spazio analitico un luogo di parola. Il testo è arricchito dalla prefazione di Abbas Kiarostami, che condivide con l’autrice il rifiuto dei luoghi comuni e degli sguardi provinciali, e dalla postfazione di Lorena Preta, che individua la domanda centrale: cosa significa fare l’analista? E, nello specifico, cosa significa farlo in quel contesto, con quella formazione, con quella doppia appartenenza culturale?