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Una sconosciuta

Una sconosciuta

Carmen sta guidando un po’ troppo velocemente quella sera: il ragazzo seduto accanto a lei emette un verso eloquente, tanto che la donna si affretta a rassicurarlo. Stanno andando a divertirsi insieme e Carmen non vede l’ora; si è preparata con cura per l’occasione e ha indossato una vistosa collana con doppio filo di perle. Un errore, a dire la verità: avrebbe dovuto indossarla una volta in macchina per non dare troppo nell’occhio, ma per fortuna sembra che suo marito Gianluca non abbia dato troppa importanza alla cosa; ha invece accompagnato sua moglie alla porta, lamentandosi debolmente sul fatto che i seminari di danza del ventre venissero fatti sempre di venerdì sera. Carmen è sgusciata via, promettendo di tornare presto. In macchina si rilassa con la musica, accende il suo secondo cellulare, quello “non ufficiale”; l’altro, lo ha lasciato volutamente a casa. Il suo piede è troppo pesante, forse è il caso di rallentare, perché se succedesse qualcosa sarebbe in un grosso guaio; non è superstiziosa e ormai ha la patente da ben venticinque anni, ma sta per affrontare quella curva così stretta che la chiamano la curva della morte. Meglio schiacciare il freno. Solo che il freno non risponde. Schiaccia ancora, ma senza risultato; è una frazione di secondo: rumori di ferraglie, grida confuse, gli occhi pieni di frammenti coloratissimi. Il corpo di Carmen sbatte con violenza contro qualcosa, forse l’air-bag. Poi è a testa in giù, il dolore al petto le toglie il respiro. Vorrebbe parlare, ma il torpore che la avvolge le impedisce di reagire. Può solo abbandonarsi. Dorme per dodici giorni, percependo appena, come in un sogno, le voci attorno a lei. Al risveglio, stenta a riconoscersi davanti allo specchio. Viso sottile, fronte ampia, zigomi pronunciati, una bella bocca; è davvero lei quella donna? Perché a lei, quel volto, è solo vagamente familiare, così come quello di suo marito Gianluca; di suo figlio minore Matteo, bellissimo e tanto dolce, con gli occhi azzurri come quelli di suo padre; di sua figlia Letizia, un’adolescente taciturna e sempre maldisposta con la quale ha un rapporto difficile. Allo stato attuale, Carmen non ricorda nulla dei suoi quarantaquattro anni di vita e, a sentire i dottori, la sua sarà una lenta ripresa. Assoluto silenzio, per il momento, sul suo incidente: sarebbe troppo traumatico per lei scoprire che il giovane Nader Hassan, con il quale viaggiava quella sera, è morto. E che sul suo incidente è stata aperta un’inchiesta: quel freno che non ha risposto ai comandi infatti, non convince per niente il maresciallo Vanni Campisi...

Una sconosciuta nasce da un incubo estivo, come ci spiega la stessa autrice, la giornalista milanese Lucia Tilde Ingrosso: “Ero in vacanza e mi sono svegliata disorientata. Non solo non ricordavo dove fossi (il che capita, quando sei in vacanza). Per un lungo, terribile attimo non ricordavo proprio nulla di me. Lì ho iniziato a ragionare sulla spaventosa sensazione di perdere il proprio passato. Da quello spunto mi è venuta l’idea di una donna affetta da amnesia, che si riappropria poco a poco del suo passato, un passato però in cui non si riconosce e che la spaventa. Un passato in cui si cela la ragione, fino a un certo punto oscura, che ha spinto qualcuno a cercare di ucciderla”. Perdere la propria identità, lottare per ritrovarsi, scoprire di non piacersi. Ma soprattutto, riuscire a perdonarsi, ricominciando col proposito di essere migliore. Questo, in sostanza, il difficile percorso affrontato da Carmen Tavanti, protagonista di un noir intrigante (e a tratti piccante) di agevole lettura, che riesce a tenere ben saldi ritmo e suspense fino all’ultima pagina. Si sa, spesso le persone non sono esattamente come appaiono, e questo non è valido solo per la protagonista, ma anche per buona parte di coloro che la circondano: Gianluca, il marito troppo dimesso e accondiscendente; Laura, l’amica troppo glamour e indaffarata; la cugina Valentina (possibile che non sia consapevole di aspettare un bambino da un uomo bugiardo e traditore?). L’ambiguità domina, così come incombe la presenza del lato oscuro che rende i rapporti fragili, precari; il dubbio è costante nella mente del lettore mentre, parallelamente all’indagine personale e psicologica di Carmen, raccontata in prima persona (la quale ci rivela poco a poco le sue ambizioni, insoddisfazioni e la voglia costante di sesso al di fuori della blanda routine matrimoniale), segue quella portata avanti dal maresciallo Campisi (a lui è affidato un altro punto di vista della storia), sempre più convinto che l’incidente della donna non si sia verificato per un caso fortuito. Lucia Tilde Ingrosso è un’autrice eclettica, avendo all’attivo ben venti libri nei quali si è cimentata nei generi più disparati. Con un debole per i gialli: “Il giallo è il mio primo amore. Da appassionata di Agatha Christie, ho sempre invidiato la sua capacità di costruire meccanismi gialli perfetti all’interno di romanzi con ambientazioni e personaggi indimenticabili. Mi piace unire le abilità logico-matematiche (quelle che ti permettono di dosare gli indizi, creare i colpi di scena, gettare fumo negli occhi al lettore) con quelle letterarie. Mi piace divertire, intrigare e spiazzare il lettore. Il giallo è il tipo di libro che mi diverte di più scrivere. Le maggiori soddisfazioni, però, le ho avute scrivendo per i più giovani. Con Il sogno di Anna, che porto ancora nelle scuole, ho la sensazione di lasciare qualcosa ai ragazzi. Motivazione, soprattutto”.