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Una serie di sfortunati eventi - Il vile villaggio

Una serie di sfortunati eventi - Il vile villaggio

Gli orfani Baudelaire sono abituati ad avere tutori legali del tutto sconclusionati: hanno vissuto in una casa piena di serpenti, con una zia fifona e fan della grammatica, o anche in una segheria dove erano costretti persino a lavorare. Per questo quando, per la settima volta nel giro di poco tempo, il signor Poe li accompagna nella loro nuova dimora, i tre bambini sono ormai pronti al peggio. In questa occasione, i tre fratelli sono ospiti di un intero villaggio, che loro stessi scelgono per un nome particolare, V.F., come la sigla misteriosa che li perseguita da tempo. Al loro arrivo, il paesaggio si fa subito tetro, puntinato da migliaia di corvi neri che lo circondano. Il villaggio è presieduto dal consiglio degli anziani, che altro non è che un gruppo dei suoi cittadini che si diverte a inventare regole assurde da seguire per poter vivere nella lugubre cittadina. Nonostante un simile rigore, i tre orfani si ritrovano presto a dover provvedere alle faccende e ai buffi capricci dei loro nuovi compaesani nonché tutori legali, pur potendo fare affidamento su Hector, il tuttofare di V.F. Ma c’è qualcosa di losco e misterioso in quel villaggio, tra delle poesie vagamente familiari e la sempre incombente minaccia del terribile Conte Olaf...

Le disavventure dei fratelli Baudelaire in una nuova e cupa ambientazione, perennemente all’insegna della sfortuna. In questo settimo capitolo della saga degli Sfortunati Eventi, è come se Lemony Snicket tendesse un guanto di sfida al suo pubblico: un nuovo mistero da svelare, legato non solo al perfido Conte Olaf, ma anche alla scomparsa dei trigemini Pantano. Ed è buffo come tre bambini tanto sfortunati, costretti nuovamente a lavorare nonostante la loro tenera età, non si perdano d’animo nemmeno in un simile contesto e, anzi, cerchino di aiutare i loro amici. Come succede sempre in questi romanzi, gli adulti non ne escono vincitori, bensì incarnano tutti i peggiori vizi, eccetto una sola figura positiva: Hector, il tuttofare, che si fa in quattro per aiutare i tre bambini. Il vero successo di questa saga è garantito non solo dall’ironia travolgente del suo autore, ma anche dalla brillantezza dei suoi personaggi, che incuriosiscono ancora e che reggono lo scorrere del tempo. Un romanzo ben riuscito che tiene alto il livello della saga, portando il lettore a impersonare i panni del detective.