Salta al contenuto principale

Una settimana di luglio

Una settimana di luglio

Elmin insegna da dodici anni alla scuola primaria di Osmaĉe, un piccolo paese che raggiunge ogni giorno attraversando a piedi il bosco. La camminata gli infonde un senso di pace, una serenità dell’animo che aveva raramente provato prima, durante i suoi primi anni di insegnamento a Sarajevo. Emin ama il suo lavoro, i suoi scolari e quella scuola circondata dalla foresta. Purtroppo però, da qualche tempo, gli giungono anche in questo mondo bucolico, dove tutti si conoscono “come in un’unica grande famiglia”, notizie tristi e inquietanti: Slovenia e Croazia si sono dichiarate indipendenti e la guerra sconvolge i territori croati a maggioranza serba; Vukovar, elegante città sul Danubio, è stata assediata e semidistrutta. Ora, anche in Bosnia Erzegovina tensioni e conflitti serpeggiano ovunque, mentre il dialogo e la ragionevolezza si allontanano sempre più. Elmin rifiuta l’idea che la situazione possa precipitare anche qui, nel suo caro, piccolo paese. E la rifiuta con forza soprattutto per Azra, la sua figlia quindicenne che non vede l’ora di andarsene da quello sperduto villaggio e di raggiungere Sarajevo o “meglio ancora Trieste, dove vivevano dei lontani parenti che mandavano avanti un ristorante”. Azra frequenta, infatti, se pur con scarso entusiasmo, proprio la scuola alberghiera. Anche quando, qualche tempo dopo, una mattina Elmin entra in classe e scopre che metà dei suoi alunni sono assenti, non riesce a capacitarsi del fatto che il nazionalismo, “la politica”, possano avere a che fare con quelle assenze strane: non è la stagione dell’influenza, questa, pensa. E allora che cosa può avere determinato il fatto che, quel brutto giorno, nessun bambino serbo sia venuto a scuola?

“Tutti noi sappiamo dov’eravamo l’11 settembre 2001, quando arrivò la notizia dell’assalto alle Torri Gemelle. Pochissimi ricordano dov’erano l’11 luglio 1995, quando cadde Srebrenica e iniziò l’ultimo massacro del secolo. Fu il triplo dei morti rispetto a New York, ma quasi nessuno se ne accorse”, ha scritto Paolo Rumiz a proposito della tragedia della ex Jugoslavia, quando, dopo la morte di Tito, i nazionalismi ebbero il sopravvento e si consumarono feroci carneficine nel cuore distratto dell’Europa. Ciò che avvenne nell’enclave musulmana di Srebrenica, sottoposta a un implacabile assedio, ridotta alla fame e travagliata dalle bombe, è l’oggetto della narrazione di questo libro che, nella forma del romanzo, restituisce la memoria di fatti avvenuti trent’anni orsono e forse troppo presto archiviati. Insieme a Elmin e alla sua famiglia sono protagonisti del romanzo Melisa e Ahmed. Sconosciuti gli uni agli altri, i tre personaggi si trovano però accomunati dalla sofferenza e dalle ingiustizie che si abbattono sulle loro esistenze, esistenze che una narrazione malata, violenta e ingiusta, definisce senza valore perché appartenenti al “popolo sbagliato”. In un Paese in cui “musulmani, serbi e croati erano sempre vissuti gli uni accanto agli altri, nelle città, nei paesi, in molti casi perfino nelle famiglie, per giunta parlando la stessa lingua” ora tutto è cambiato, le armi si abbattono anche sugli innocenti, soprattutto sugli innocenti, come avviene addirittura nella piccola Osmaĉe quando un ordigno semina morte sui bambini intenti a giocare una partita di pallone. Gianluca Battistel, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano e dottore di ricerca presso la Leopold-Franzens-Universität di Innsbruck, con questo libro riporta alla memoria con sobrietà e rigore, con empatia e partecipazione umana, l’assedio di Srebrenica, durato tre anni per poi sfociare, in quella settimana di luglio del 1995 che dà il titolo al romanzo, in un massacro di massa, contro cui i Caschi Blu dell’ONU presenti sul territorio non intervennero minimamente. Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia riconobbe che quello di Srebrenica era stato un genocidio. E molti speravano che sarebbe stato l’ultimo.