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Una settimana schifosa

Una settimana schifosa
Daniel Mc Evoy è arrivato in New Jersey dall’Irlanda passando per il Libano, dove era impegnato come militare in una missione di peacekeeping dell’ONU. In Medio Oriente ha combinato qualche casino, tanto che lo strizzacervelli militare gli ha consigliato caldamente di congedarsi. Certo, un quarantenne grande e grosso, senza più famiglia, dedito al gioco d’azzardo e con tendenze violente – nonché esperto di coltelli e abile tiratore – nella malinconica Dublino rischia di suicidarsi; meglio allora provare a morire ammazzato in America, magari in modo più avventuroso. E le avventure non mancano nel locale di terz’ordine nel quale Daniel lavora come buttafuori: ogni sera c’è qualche balordo da tenere a bada e bisogna preoccuparsi dell’incolumità delle ragazze. Connie, per esempio, che viene molestata da un avvocatuccio squallido al quale Daniel deve mettere un po’ paura prima di sbatterlo fuori dal locale. Normale amministrazione. Peccato che la sera dopo Connie venga ritrovata morta nel parcheggio sul retro e Daniel sia uno dei principali sospettati, proprio lui che con Connie aveva pure avuto una storia. Come se non bastasse il migliore amico di Daniel, Zeb Kronski, (nonché chirurgo senza licenza che gli ha appena effettuato un trapianto di capelli) scompare misteriosamente. Cominciano giorni davvero rutilanti per l’irlandese. Il suo appartamento viene devastato, la vicina di casa pazza si innamora di lui, una poliziotta afroamericana lesbica sembra essere la sua unica alleata, mentre Mike Madden, uno spietato criminale, gli dà la caccia…
È duro da far fuori, Daniel Mc Avoy, duro da cucinare: hard boiled, come gli americani chiamano questo tipo di romanzi. Dentro ci sono tutti gli ingredienti necessari a fare di questa storia una eccellente pulp fiction. Anzi, dentro c’è pure troppa roba. Come quando un vostro amico appena tornato dal Messico, per dire, vi prepara una cena messicana e per la troppa eccitazione esagera con i condimenti e con le spezie. Allora, come’era la cena? Avrebbe potuto essere fantastica, se non ti fossi fatto prendere la mano dal chili, amico. Così Eoin Colfer, che parte benissimo (con gli antipasti) e mette in scena un personaggio che subito piace al lettore perché è divertente e ricco di sfaccettature e aspetti interessanti. La figura dell’ex soldato smaliziato e deluso, alle prese con una vita incasinata, dal passato complesso e dai modi da sbruffone ma in fondo tenero, funziona. E funzionano anche le descrizioni del New Jersey, una specie di lato B di New York, dove finiscono tutte le scorie che la grande mela è incapace di smaltire. Peccato che poi lo scrittore si faccia prendere la mano dalla sua stessa scrittura e alla fine si ha come l’impressione che il gusto del “cazzeggio”, la voglia di stuzzicare il lettore con continue battute e spiritosaggini superflue finisca col prevalere sulla narrazione. Eoin Colfer non fa che contrappuntare il racconto in prima persona e in tempo reale, con le considerazioni del protagonista, spesso utili solo a rallentare il ritmo dell’azione, specie quando Daniel dialoga con la presenza immaginaria del suo amico Zeb, lo fa di continuo, fino a risultare irritante. Alcuni personaggi, poi, subiscono repentini e ingiustificati cambiamenti, virando d’improvviso verso toni stereotipati e macchiettistici, al solo scopo apparente di blandire il lettore con scelte grossolane. C’erano tutti gli ingredienti, insomma, e tutta roba di qualità, ma Colfer ne ha usati troppi e tutti insieme, come uno chef appassionato ed entusiasta ma in fondo ancora alle prime armi.