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Una stanza per Ada

Una stanza per Ada

Ghana, marzo 1459. Il bambino che Ada partorisce muore dopo cinque giorni di agonia. Eppure lei era fiduciosa che questa volta sarebbe sopravvissuto perché aveva pregato tutti gli dèi che conosceva: “Geova, il dio dei bianchi... la divinità costiera Ataa Naa Nyɔɳmɔ” e anche Allah. Aveva inoltre indossato il braccialetto di perle e oro bianco, auspicio di fertilità, che ora era attorno al pancino del figlio. Mentre Ada si prepara alla sepoltura, il navigatore portoghese Guilherme Fernandes Zarco sbarca sulla costa alla ricerca di un fantomatico tesoro, che non trova; raggiunge però il villaggio e scorge la scena, adocchia il braccialetto che la pioggia improvvisa e copiosa ha fatto scivolare a terra, si offre di aiutare Ada a sollevare il bambino per mettere di nuovo il braccialetto e dargli una sepoltura degna ma è solo un inganno per raggiungere la spiaggia, inoltrarsi nell’acqua per rubare il gioiello. Ada lo segue terrorizzata, il piccolo scivola nel mare e Guilherme per liberarsi della madre le spara a bruciapelo... Quattro secoli dopo, nel marzo del 1848, un’altra Ada ha una liaison clandestina con Charles Dickens, ha un marito, Lord William King, temporaneamente in Francia, un eccezionale cervello matematico (sta progettando una macchina analitica) e il vizio del gioco. William è a conoscenza di tutte le “peculiarità” di sua moglie (compresa la tresca con Dickens), ma tutto sommato si convince che a quell’epoca molte aristocratiche, per fuggire alla routine, hanno relazioni con altri uomini; sa anche che Ada ha venduto molti gioielli per riparare ai debiti di gioco, ma poco gli importa, a patto che non si azzardi a vendere o impegnare il braccialetto di perle e oro bianco di sua madre e che lui ha donato alla moglie il giorno delle nozze. Tornato da Parigi, mentre la cameriera Lizzie poco lontano da casa sta cercando di seppellire dei gioielli, braccialetto compreso, un infuriato Lord King chiede alla moglie dove sia il braccialetto; Lizzie si sbraccia per mostrarlo a Ada perché possa a sua volta metterlo davanti alla faccia del marito, ma è tutto inutile. Ada muore sull’asfalto, colpita a bruciapelo dalla pistola del marito... Il nome Ada decisamente non sottintende fortuna se, nel marzo 1945, nel campo di concentramento di Kohnstein bei Nordhausen, la prigioniera Ada è costretta a prostituirsi. Nella stanza 37 riceve militari ogni quindici minuti, per due ore al giorno; non è la sola, ad altre è toccata questa sorte, come alla giovanissima Linde che, puntualmente, riceve regali dal kapò Walde. L’ultimo regalo è un braccialetto di perle e oro bianco. Nessuno doveva sapere dei regali, ma imprudentemente Linde indossa sempre il braccialetto, coprendolo col polsino. Durante un’ispezione, un importante ufficiale giunto al campo scorge il braccialetto ma non dice nulla. Spaventata, Linde deve fare di tutto per non essere punita. Si inventa una scusa per aggredire Ada. Sentite le voci alterate, un ufficiale delle SS entra nella baracca e, mentre divide le due, si accorge del braccialetto che Linde ha appositamente buttato sul pavimento. Porta fuori le due ragazze, Walde è presente e impone a Linde, con lo sguardo, di tacere: in questo modo la colpa ricade su Ada, che viene giustiziata... Berlino, 2019. La giovane ghanese Ada aspetta un bambino. Cerca casa e, mentre ne visita una, si accorge di un catalogo relativo ad una mostra di arte africana, lo sfoglia e resta colpita dalla foto di un braccialetto di perle e oro bianco. Quattro donne, tre secoli diversi, un unico nome, quattro braccialetti uguali (o uno solo?). Coincidenze? Reincarnazione?...

Sharon Dodua Otoo, inglese con ascendenze ghanesi che vive a Berlino e scrive in tedesco, ci regala qualcosa di magnifico. Un libro denso, composito, a più livelli, originale nelle soluzioni narrative. Quattro cronotopi ci introducono ai quattro personaggi femminili che si intersecano nell’intreccio. Troviamo in apertura Ada ghanese nel 1459, per poi tuffarci nell’Inghilterra del 1848 con Lady Ada, in un campo di concentramento nazista nel 1945; ci viene concessa una pausa, una parte del libro in cui pare - e forse è così - che le tre Ada si riuniscano in un unicum. Dopo questa pausa, ci si sposta in un ambiente soprannaturale o extraumano, lo si definisca come si desidera, dove Dio ha una conversazione con una sorta di spiritello che, nella prima parte del romanzo (cioè fino alla pausa), è stata la principale voce narrante: ora come scopa, ora come battiporta, come stanza. Questa originale “invenzione” di far parlare gli oggetti era già stata attuata da Otoo nel racconto Herr Gröttrup setzt sich hin vincitore del prestigioso premio Ingeborg Bachmann nel 2016, dove un uovo si rifiuta categoricamente di diventare sodo. Non siamo di fronte a una sorta di animismo, ma sicuramente siamo trasportati in un realismo magico e l’atmosfera si fa fantasy. E il braccialetto? Quel braccialetto a cui ogni uomo presente nelle vicende di ogni Ada è così interessato? Ma poi sono tre/quattro braccialetti o un unico gioiello che attraversa i secoli? Piccolo spoiler. Il braccialetto è uno ed è il filo che lega tutte le Ada; un simbolo della libertà mancata, della sopraffazione patriarcale, nella storia di Lady Ada è il simbolo specifico del posto che le donne non hanno diritto di occupare. Sharon Dodua Otoo è un’attivista femminista, antirazzista, e questo suo romanzo d’esordio trabocca di denuncia. Se le prime tre Ada subiscono una discriminazione per genere, la Ada ghanese a Berlino lo è invece per il colore della pelle. Ma il suo ruolo è ben più sostanziale della denuncia razzista: chiuderà la questione, tirerà a sé tutti fili, in una sospensione temporale in cui tutti i secoli interessati sono presenti, così come tutti i personaggi, in una sorta di reincarnazione plurima; scopriremo che il braccialetto è passato di mano in mano e che, quindi, è sempre lo stesso. Un libro che ti avvinghia, a volte un po’ buio ma così deve essere, perché “the mist of time” ha ben diritto di esistere in una storia con un mistero che attraversa tempo e spazio. Uno stile narrativo originalissimo, che a volte tocca la sensibilità e a volte ti sorprende col suo humor. Non lo faccio spesso ma occorre, davvero, ringraziare Fabio Cremonesi per la sua straordinaria traduzione e la casa editrice NN per averci fatto dono di un capolavoro.

LEGGI L’INTERVISTA A SHARON DODUA OTOO