Salta al contenuto principale

Una stella senza luce

unastellasenzaluce

L’incubo si avvicina, ma Anita se ne rende conto solo quando sogna una chiesa, uno sposo, Corrado, che attende all’altare e lei che entra, mentre tutta Torino è venuta a vedere la sposina, vestita... con il suo grembiule nero da impiegata. E nel sogno è convinta che la scelta sia della madre, impazzita, certo, ma che ha sempre predicato la sobrietà come caratteristica più bella di una sposa. Ma il grembiule proprio no! Poi Anita sorride, sempre continuando a sognare: il grembiule, certo, perché sono tre mesi che lavora come dattilografa presso la rivista “Saturnalia”, la più famosa in quell’Italia del 1935 per la sua prestigiosa raccolta di racconti gialli. Inoltre lei sta vivendo nelle scene di tensioni e suspense che trascrive: sta ragionando proprio così, consapevole che sta sognando anche se non capisce perché non si sveglia. E mentre pensa è già arrivata all’altare, in mezzo al rumoreggiare dei presenti. Insomma, il suo inconscio la sta mettendo di fronte al fatto che alla proposta di matrimonio di Corrado lei ha chiesto di poter provare a lavorare per sei mesi, essere indipendente, essere parte attiva degli ingranaggi di questa società. Ma non sapeva che si sarebbe così tanto appassionata a battere a macchina i racconti gialli che il suo enigmatico capo le detta, traducendoli dall’inglese, né che avrebbe imparato con lui a fare la detective! E poi, beh, c’è lo stesso suo capo, Sebastiano... E lui perché non è lì nel suo sogno, nel quale la sua segretaria Anita si sposa? E perché non si sono le sue due amiche, Candida e Clara?

Se all’inizio della lettura si sbuffa un po’, trovando, a sorpresa, una Alice Basso un po’ noiosetta e ferma su canoni narrativi già visti, la svolta del cinema e di un’Anita che potrebbe addirittura diventare attrice dà una scossa improvvisa al romanzo, con tutta la situazione di pensieri ed emozioni di accompagnamento che però precipitano in un secondo tra “fiction” e cambiamenti repentini di fronte, necessari a modificare subito il registro della storia che torna così ad appassionare come al solito, tra una risata e un apprezzamento per le visioni acute della dattilografa. D’altronde è lei l’eroina del nostro cuore, riuscita a spazzare via l’incredibile Vani (che rimane comunque sempre una passione per i suoi lettori) della serie precedente firmata da Basso. Ed è per Anita che tifiamo ora, seguendo con interesse tutte le sue storie e forse tirando un po’ più, sentimentalmente, per Sebastiano che per Corrado (onestamente un po’ troppo sempliciotto, pur se bello come il sole, per una tipina come Anita). Alla fine la storia è come sempre coinvolgente, tra un doversi coprire per le negazioni fasciste del periodo e la voglia di lasciarsi andare e “correre” a perdifiato per la propria strada, seguendo liberamente le proprie idee e i propri pensieri. Certo non facile per il caratterino di Anita che sotto molti aspetti, come Vani è stata controcorrente, ricorda molto la sua creatrice, colei dalla penna che scivola libera sul foglio, dandoci la possibilità di godere di storie leggere che ci allontanano, con intelligenza, dalle difficoltà quotidiane. Anche se poi ci ritroviamo sempre molto nelle protagoniste, nonostante l’ambientazione!