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Una storia comune

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“Carlopepe, vieni via, quello è un drogato. Un morto che cammina. Se ti droghi finisci così anche te, hai capito? La droga mai. Ricordatelo. Mai!”. È con queste parole pronunciate da suo padre che Carlo Gabardini cresce. I drogati vanno tenuti a distanza, ecco lo stigma mai risolto. Quando Gianluca Neri lo chiama proponendo di fare la docuserie SanPa, scombinando il calendario di altri lavori, lui accetta. Quando San Patrignano viene fondata Carlo ha cinque anni, ma quando Muccioli muore ne ha ventidue. Lo ricorda quel 1995, anche lui avrebbe potuto essere un ragazzo ospite della comunità. Una storia dimenticata, che all’epoca divise la società in due fazioni. Dopo critiche e processi, la comunità diventa divisiva. Il dibattito non è solo sull’utilità dei metodi di recupero, l’assenza dello stato infatti è evidente, ma tutto si focalizza sull’ingombrante figura di Vincenzo Muccioli. Ecco la base da cui partire per la docuserie. Sono anni di lavoro e ricerca. Visionare il materiale televisivo di quegli anni, dai telegiornali alla pubblicità, ricercare i testimoni diretti. Carlo scrive tutto a mano su quaderni, che si fanno via via più numerosi. Gabardini è rimasto interdetto, immergendosi nel contesto del proprio passato, attraverso il filtro della televisione di quegli anni: pubblicità, cliché, mode, che oggi sembrano emerite stupidaggini. Un lavoro quasi da archeologo nei costumi di un’epoca. L’arco narrativo di Muccioli è fatto di due momenti: l’uscita dall’anonimato e il percorso verso l’affermazione e la popolarità. Carlo Gabardini ama fare domande per lavoro e quella più personale, rivolta a se stesso, è: “Ma io, alla fine, di Vincenzo Muccioli, cosa penso?”…

Una storia comune ha per sottotitolo Sanpa: io, noi, tutti ed è un libro collettivo ma personale, un po’ memoir un po’ reportage che riannoda tanti fili, della società degli anni Ottanta e della vita di Gabardini stesso. È sì il racconto di una comunità per tossicodipendenti, ma anche quello di un Paese, delle diverse posizioni e del modo di pensare della società. In quegli anni quasi ogni famiglia aveva in casa un figlio che assumeva droga e che rubava per comperarsela. Sparivano soldi, autoradio, gioielli, tanti ragazzi si perdevano fino a diventare degli zombie. L’eroina colpiva indistintamente, senza badare alle classi sociali e chi si è salvato in quel periodo può tranquillamente essere definito un sopravvissuto. Per questo è una storia che accomuna tutti. Il fulcro della serie SanPa è la scelta fatta di non avere una voce narrante, ma far parlare i testimoni come Virzì e Cantelli. Mostrare i filmati di allora fa sì che siano sono solo i fatti a parlare. Il libro è servito a fare da trait d’union, è come un girare la telecamera sull’autore e sulle sue sensazioni, allontanandosi così dall’imparzialità della serie. È una storia comune perché oggi la serie è stata vista insieme da generazioni diverse e se ne è discusso: nonni, nipoti, genitori e fratelli. La droga era sintomo di un malessere che c’è ancora oggi, come allora, ma se ne parla meno. Le droghe chimiche o i farmaci hanno la stessa attrattiva dell’eroina e danno la sensazione di essere meno pericolose, quindi più subdole. Emblematica nel libro è la storia di Marco, frutto della fantasia dell’autore, ma che chiarisce perfettamente il bisogno di doversi alterare per ammettere chi si è. Gabardini auspicherebbe un coming out esistenziale: orientamento sessuale, studi, sogni, per evitare le delusioni dei genitori o le troppe aspettative della società. Infatti, dentro San Patrignano non si parlava di eroina, ma di ciò che si voleva fare in futuro, e quello si deve fare per togliere il malessere. Una storia comune porta il lettore al confine tra giusto e sbagliato, vero e falso e lo lascia scegliere. Questa storia è ancora una ferita aperta e poco risolta e scrivere questo libro per Gabardini è stato un po’ come allontanarsi per pensare a se stesso.

LEGGI L’INTERVISTA A CARLO G. GABARDINI