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Una storia semplice

Una storia semplice

Sabato sera, vigilia della festa di San Giuseppe falegname, questura quasi deserta. Il commissario sta per andarsene e non vuole essere disturbato fino al lunedì successivo. La telefonata arriva alle ore 21,37: è il Sig. Giorgio Roccella che chiede di parlare col Questore, dice di aver trovato “una cosa” nella sua masseria fuori città, in contrada Cotugno. Il Questore non c’è, la telefonata la prende il brigadiere, il Commissario resta sulla porta. Sono anni che il Roccella, un ex diplomatico appartenente ad una grande famiglia, vive all’estero, viste le sue funzioni di diplomatico: venduta la casa in città, la masseria è lasciata alla custodia occasionale del parroco Padre Cricco. Il brigadiere si offre di andare a controllare, il Commissario lo dissuade: “sarà uno scherzo”, gli consiglia di recarvisi l’indomani. Per quanto riguarda lui, non vuole essere disturbato qualunque cosa accada, ripete, fino al lunedì successivo. Quando l’indomani il brigadiere si reca sul posto con due agenti non sarà possibile farsi aprire la porta della masseria dal proprietario per controllare, sarà necessario rompere il vetro di una finestra. Quella finestra attraverso la quale si vede un corpo accasciato sulla scrivania: è Giorgio Roccella, un grumo nerastro tra tempia e mandibola, una pistola in terra, una stilografica richiusa ed un foglietto con su scritto: “Ho trovato.”. Quel punto, come se il discorso finisse lì, quel punto dopo la parola “trovato”, accende nella mente del brigadiere la scena di un omicidio dietro quella, non molto accuratamente costruita, del suicidio: non sarà una storia semplice…

Una storia semplice presenta un grande difetto: è troppo breve. Ci abbandona troppo presto – ma forse era quello l’intento – e con quella dose di amarezza (rassegnazione?) che arriva a colpirci come una pioggia fredda alla quale, pur trasalendo ogni volta, siamo abituati (rassegnati?). Una storia molto italiana, una storia semplice. O quantomeno da rendere tale, provocando quell’indignazione che pur s’accompagna al disincanto. Una storia che chiude in controtempo anticipato come usava fare quel Simenon da Sciascia stimatissimo: fu proprio il Nostro ad ammonire che “i Maigret” avevano il passo del romanzo da non relegare nella nicchia angusta del “giallo” o del “poliziesco”. Stesso valga per questo di “poliziesco”, il solito giallo all’italiana, quello senza delitto intorno al quale più volte Calvino ha ragionato. Vista la succitata brevità si consiglia di procurarsi gli altri romanzi brevi dell’autore in maniera da poter continuare la condivisione e l’esplorazione di quella che non è solo una serie di storie in successione bensì un insieme che costituisce una visione, un approccio, un unicum seppur articolato del pensiero: una poetica. Ovvio dire che purtroppo il film che ne è stato tratto nel ’91 per la regia di Emidio Greco trasferisce solo parzialmente l’atmosfera del romanzo, ma è comunque da ricordare anche per il solo fatto di ospitare l’ultima interpretazione di Gian Maria Volonté che, nel ruolo del Professor Franzò, sembra incarnare in sintesi la prospettiva d’osservazione di Sciascia stesso.