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Una valigia di carne

Una valigia di carne

Parigi. Maurice, finita la relazione con Bob, incontra due nuovi giovani. Claude G. è un ragazzo allegro e cortese, fratello minore di un famoso scrittore, della cui raccomandazione abusa. Vive con una donna ed è in cerca di un escamotage per far mantenere entrambi. Albert T. è un furbacchione, “perso nella bohéme” giovanissimo. Si accompagna con una spagnola dal nome impronunciabile: Ananas de Vélos. La donna rifiuta spesso Albert, che finisce da Claude… Tra le tante follie della città, imperversa la guerra: “E le strade, vuote o quasi, tristi, senza che il lusso dei luoghi d’incontro potesse davvero svagare coscienze così malridotte”. Anche la presenza di Bob è svanita, ma non il sentimento che Maurice nutre per lui, sebbene cerchi di colmare quel vuoto, di affollare quella specifica mancanza, con altre – numerose e indefinite – compagnie (Boris B., Daniel…). “Parigi era una dispensa in cui, avendo alcuni qualcosa da gustare e altri nulla, tutti parlavano dei propri cibi”. Prospera il mercato nero, i trafficanti s’affannano per sopravvivere. Il protagonista si ritrova a prender parte a un traffico illegale di carne di vitello…

Maurice Sachs, pseudonimo di Maurice Ettinghausen (1906 – 1945), fu uno scrittore francese, dall’esistenza dissoluta ed estremamente contraddittoria. Durante l’occupazione tedesca di Parigi, pur essendo ebreo e omosessuale, collaborò coi tedeschi, mediante la delazione e infiltrandosi come spia negli ambienti del mercato nero (come, ad esempio, della carne: episodio citato nel testo e che dà il titolo alla piccola opera). Finì per essere arrestato lui stesso dalla Gestapo: e, ancora, in carcere riferiva alle autorità penitenziarie cosa ascoltava in cella. Restò ucciso lui stesso da un carceriere. Tra le sue opere, merita di essere ricordato: “Il Sabba”. “Non c’è niente di meglio per distrarsi che il ridicolo degli altri!”: a farla da padrone, all’interno del testo, è il cinismo più puro e sconvolgente. Sachs fu un “arcangelo malefico”, un uomo dall’esistenza “censurabile, ma dal cui racconto affiorano isole liriche di avvolgente stoffa letteraria”, scrive il curatore del testo, Antonio Castronuovo. Un truffatore, un traditore che, violando ogni etica – in un tempo di guerra in cui l’etica umana era già sospesa, calpestata, annientata e gli uomini erano ridotti come bestie –, sguazza nella disumanità della guerra, e se possibile la moltiplica, ma che ha anche, come unica arma “salvifica”, un’innata predisposizione alla penna. “Il bene è così imperfetto che non m’interessa affatto” scrisse, autoproclamandosi uno scrittore del male, nel male.