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Una vita vera

Una vita vera

Midwest. Wallace, dopo almeno due anni dall’ultima volta, va al lago con i suoi amici. È venerdì. Suo padre è morto da poche settimane, ma non lo ha ancora detto a nessuno. Non è andato ai suoi funerali. Wallace viene dall’Alabama, ma è lì per un dottorato in biochimica: per la prima volta, in oltre trent’anni, avevano ammesso un nero. Si sente fuori posto man mano che si avvicina al tavolo dei suoi amici: Miller, Yngve, Cole e Vincent. “Si sentiva sempre bloccato ai margini del gruppo, a parlare con chiunque avesse abbastanza pietà di lui da gettargli un accenno di convenevoli come un osso”. Eppure, questa volta, le cose vanno diversamente. Wallace, quasi involontariamente, confessa agli altri la sua frustrazione, l’idea di voler lasciare il dottorato. E poi a Emma, arrivata dopo – e quindi a tutti gli altri (“in questo gruppo, le informazioni si diffondevano come in un invisibile apparato circolatorio, trasportate da vene fatte di sms, email e conversazioni bisbigliate alle feste”), – dice di suo padre. Mentre gli altri restano, Wallace va via con Miller… fino a quel momento, tra loro due, c’era stato solo un velo strappato di cortesia. Non erano mai stati propriamente amici. Eppure, quella sera tutto cambia…

Senso di non appartenenza. Paura di essere parte di qualcosa, di qualcuno, poiché, in passato, si è stati rifiutati, brutalmente feriti. Violati nella propria innocenza. Brandon Taylor racconta questo (e molto altro) con chiarezza e schiettezza. Nelle sue parole, traspare il sentimento dell’abbandono, dell’arrendevolezza, della solitudine. Delle difficoltà relazionali che ci si porta dietro. Della diffidenza verso il mondo. Dei vanti tentativi di cercare il proprio posto senza trovarlo. E, poi, dal nulla, la possibilità di cominciare a essere davvero: in due… lo zoppicare insieme. Il leccarsi reciprocamente le ferite. La paura costante di farsi ancora male. Brandon Taylor sviscera l’animo umano con lucidità e sensibilità profonda insieme. “La cosa davvero terribile della bellezza è che ci ricorda i nostri limiti”. Con onestà viene descritta l’infelicità di chi non si accetta, non si ama, non si riconosce bello, forse perché nessuno l’ha fatto mai davvero sentire tale; perché nessuno l’ha mai amato e coccolato. Il lettore viene cullato e, insieme, sbattuto tra le onde alte dell’insoddisfazione, del senso di inadeguatezza, del non sapere chi si è stati e chi si vuole essere, se non uno scarto, una macchia di colore tra tanti bianchi che si sentono migliori. Allora, anche la bellezza provoca dolore poiché irruenta e irrispettosa di chi sente di non appartenerle, come di non essere legato ad altri che a sé stesso. Tutti i personaggi – fatta eccezione di pochi – sono quasi brevi meteore, comparse, sono nomi nella vita di Wallace, e nulla più. Spesso sono ostacoli al suo essere e vivere, più che mani tese. Altri sono ombre indifferenti. C’è molto più spazio per la paura del dolore, per la rassegnazione… e, forse, ancora per la Vita.