Salta al contenuto principale

A una voce

A una voce

Il mattino è appena abbozzato, ma è comunque già ora di alzarsi: un anonimo impiegato di banca inizia così a raccontare la sua giornata tipo, fatta di una precisa routine che per niente al mondo cambierebbe. Infatti, questo oscuro individuo ha deciso di rendersi indifferente a tutti, di evitare qualsiasi contatto umano e di isolarsi in una propria sfera in cui sopravvivere, limitando al massimo sofferenze e frustrazioni. Per rendere possibile ciò, però, non deve destare sospetti, altrimenti colleghi, vicini di casa, conoscenti potrebbero invadere il suo territorio e domandare spiegazioni delle sue stranezze: allora impone a sé stesso rigidi schemi con cui affrontare ogni fase della giornata, dal percorso verso la banca, alla gestione delle pause e del pranzo, al rientro a casa, il tutto in perfetta solitudine. L’unico momento gratificante è quello dedicato all’ascolto di un Capriccio di Paganini, in grado di portarlo “nelle alte sfere dell’esistenza, in uno spazio etereo” dove trovare ristoro (“mi piace ascoltare i suoi Capricci a mio capriccio”). La musica di Paganini è il lenitivo a ogni ferita, il refrigerio dopo la calura, il riposo dopo la fatica: l’unico dono che riempia la solitudine e che dia ancora una ragione alla vita per essere vissuta...

Sabina Zanini ha studiato Lettere moderne a Pavia e lavora alla Radiotelevisione svizzera. A una voce è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Studer/Ganz 2021, “per una prosa inedita d’esordio”. Un romanzo breve veramente originale: suddiviso in cinque parti dal titolo di pariniana memoria (Mattino, Mezzogiorno, Pomeriggio, Sera, Notte), si apre con una voce narrante che accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina, in un crescendo non esente da colpo di scena, attraverso un’acuta riflessione sull’esistenza umana che non teme di affondare la lama nell’assoluto della fragilità della vita. Il titolo riprende l’intenzione del protagonista, quella di vivere in modo solitario, di parlare ad alta voce per ricordare a sé stesso di essere ancora vivo. Il personaggio analizza in modo preciso e sistematico ogni suo gesto attraverso ragionamenti che svelano le motivazioni di tale scelta. Sì, perché il suo è un isolamento voluto, cercato e costruito in ogni minimo dettaglio: in questo viene proposta dall’autrice un’idea di solitudine originale, non subita e nemmeno sofferta, ma desiderata come antidoto al “male di vivere” e ai falsi miti del mondo contemporaneo. È esplicita la critica ai ritmi frenetici della società, alla superficialità dei rapporti interpersonali, alla spersonalizzazione del lavoro, all’esaltazione dell’apparenza a scapito della sostanza, alla cancellazione dell’originalità in nome dell’omologazione, poiché “in questa tecnocrazia è tramontata completamente la fiducia nelle doti dell’uomo”. L’unico modo per salvarsi, quindi, è quello rappresentato da una falsa adesione e dalla costruzione di una cittadella interiore da difendere con impegno costante dagli attacchi esterni. Ecco quindi che la musica, il virtuosismo del violino rappresenta l’unica “voce” autentica, che va all’essenza e che tocca profondamente l’anima.