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Uneasy rider

Uneasy rider

Tutto si è acuito durante la pandemia di COVID-19: lockdown, luci dei locali spente per settimane, difficoltà a fare la spesa. È stato allora che le app di delivery sono state scaricate da milioni di utenti, grazie a un massiccio marketing sui social network, con tanto di immagini allettanti, riduzione dei tempi di consegna, promozioni “su misura” decretate dagli algoritmi. Non solo le applicazioni dei consumatori: anche il lavoro degli addetti alla consegna è mediato da piattaforme. De resto, è la “sharing economy”: sistema economico diretto di condivisione, con tanto di fondamentali feedback (positivi e non) per valutare e dare un prezzo alla merce. “Stavano cercando tanti rider per partire e hanno assunto subito tutti quanti”, “In tre giorni ero già pronto. Poi è passato qualche giorno per ricevere il kit però insomma niente di particolare, ecco”. Poche righe sui contratti digitali, nessuna firma bollata, nessuna competenza, nessuna relazione umana. Un lavoretto, si diceva un tempo. Il marketing che regola questi affari risponde all’imperativo della gamification: l’applicazione di elementi e valori propri del gioco a contesti non ludici. Icone, emoticons, medaglie scintillanti, sotto forma di pixel, riempiono i display dei pedalatori con lo zaino colmo di cartoni di pizze, casse di acqua minerale, sushi incellophanato. Muoversi come in un videogame, smettere di ragionare da persona portatrice di diritti comincia a diventare semplice, automatico. Accade però che un giorno lo schermo si rompa. Più di qualcuno, dai ciclofattorini ai clienti, comincia a pensare al logout

“Capitalismo delle piattaforme”: la nuova forma di lavoro organizzato, mediato (e sfruttato) da strumenti digitali in mano a grosse aziende tecnologiche. “Working poor”: lavoratori e lavoratrici che, pur occupati, si ritrovano sotto la soglia della povertà. "Food delivery": consegna a domicilio di cibo pronto e prodotti di altro genere, gestito saltando il passaggio con il produttore, tramite un’app sullo smartphone. Incrociando queste espressioni e pratiche si ottiene lo scenario in cui operano i riders. Sembra tutto molto trasparente e, soprattutto, comodo, ma la quota di invisibile c’è e nasconde l’esaltazione della precarizzazione del lavoro. In realtà, è una lingua disonesta, come sottolinea l’autrice di questo saggio, Valentina De Nevi. Laureata in Metodologie filosofiche a Genova, si occupa di diritti dei lavoratori e delle nuove forme di svalutazione del lavoro nell’era digitale. Come la neolingua inventata da Orwell per il suo 1984, il significato delle parole della gig economy tende a sovvertire la realtà, mascherare la verità. “Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo”, insegnava Don Milani nella scuola di Barbiana; erano gli anni Cinquanta e molti di quei ragazzi provenienti dalla povertà si sarebbero laureati, garantendo alla generazione successiva prospettive migliori. Per cosa? Per ricadere, da laureati qualificati appunti, nelle maglie delle aziende che crescono esponenzialmente in un mercato sregolato, con la politica assente. De Nevi si è immersa negli ambienti digitali, operando sul campo immateriale, sul terreno tecnologico, come i sociologi di un tempo, per concludere (e ben argomentare) che sì, “lo sfruttamento è arcaico”, anche quando “il padrone è un algoritmo”.