Salta al contenuto principale

Un’estate al mare

unestatealmare

Estate 2006. Le spiagge di Marsala si estendono per parecchi chilometri. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso si andava al mare a Marinella, dove l’acqua è tuttora particolarmente bassa e calda, l’ideale per portarci i bambini. In quegli anni Luca, figlio di un maggiore dell’Aeronautica e pilota di caccia a reazione, un vero e proprio modello irraggiungibile, ha imparato a nuotare proprio nelle acque dell’isola che vanta, tra l’altro, uno degli arcipelaghi più belli di sempre, secondo lui: le Egadi. E ora, dopo molti anni, in quella Sicilia Luca sta facendo ritorno, ma non da solo. Con lui c’è Benedetta, la donna appena sposata, dopo sei mesi di fidanzamento. Un tempo lunghissimo, afferma lei mentre sono in aereo. Hanno scelto la bella Trinacria come luogo in cui trascorrere la luna di miele e, prima di atterrare, Benedetta ricorda al neo-marito la promessa che si sono scambiati dopo la cerimonia nuziale: in quella terra incantata concepiranno un figlio. Un figlio: Luca ripensa al suo ruolo di figlio e ricorda che il padre, seppur severo come sanno esserlo i militari in carriera, non gli ha mai dato una sberla. Neppure quando, in terza elementare, Luca ha attraversato un periodo piuttosto complicato con la matematica e ha portato a casa, per ben due volte di seguito, dei voti piuttosto striminziti. Per far rigare dritto il figlio, a quel padre è sempre bastato semplicemente uno sguardo o un movimento impercettibile del capo. Da quando è a Marsala, ogni cosa gli ricorda il padre e anche ora, che ha appena perso di vista Benedetta che si è intrufolata tra le bancarelle del mercato, realizza che il giallo del tufo con cui sono fatte le case e l’azzurro del cielo terso sono gli stessi di quando, tanti anni prima, il padre lo teneva per mano e insieme si trovavano in quegli stessi luoghi. Benedetta, intanto, è rimasta incantata davanti a un banco su cui sono esposte montagne di ricci di mare. Ne vuole un chilo, anzi due, per preparare il condimento a un bel piatto di spaghetti. Ha sempre fame Benedetta in questi giorni. Mangerebbe spaghetti ai ricci a tutte le ore. Che sia già incinta? Forse è meglio fare un test di gravidanza…

Un passato che chiede di chiudere i conti, un presente esigente e un futuro da costruire. Questi gli ingredienti del romanzo di Giuseppe Culicchia - scrittore, traduttore e saggista torinese – che porta il lettore nell’Italia del 2006, in un’estate segnata dal trionfo nazionale ai mondiali di calcio e dal matrimonio di Luca e Benedetta, due giovani che decidono di trascorrere la luna di miele in Sicilia. Bella e superficiale lei, deluso e amareggiato dalla vita lui, affrontano le loro giornate sotto il sole siciliano animati da intenti diversi: lei ha in testa un’unica ossessione, quella di concepire un figlio; a lui quella terra ricorda il padre, uomo venuto a mancare in circostanze piuttosto misteriose, con il quale Luca era solito trascorrere le vacanze. La terra rievoca nel giovane la figura del genitore, uomo tutto d’un pezzo fortemente ammirato. Luca, nel richiamare alla memoria il loro rapporto, si interroga sull’impegno che la moglie, nel desiderare un figlio, sta in realtà pretendendo anche da lui. Certo che il vero amore non esista, il giovane marito si trova, a causa di incontri inattesi e situazioni contingenti, a dover affrontare una volta per tutte le pendenze ancora aperte con il passato, mentre Benedetta è completamente proiettata verso un futuro a tre. Un equilibrio assolutamente precario, quindi, in cui è facile perdere aderenza con il terreno e perdersi. Un ritratto piuttosto crudo, e a tratti impietoso, dell’Italia degli anni Sessanta/Settanta, raccontato con un linguaggio insieme ironico e amaro, che è tanto divertente quanto feroce e provocatorio. Battute taglienti che strappano sorrisi, riflessioni che arrivano diritte al cuore e spingono a riflettere si alternano in pagine dal ritmo incalzante e fluido. Una lettura leggera, per nulla impegnativa, consigliata a chi abbia voglia di lasciarsi andare a una sana risata, consapevole tuttavia che, a libro concluso, resterà una sottile vena di malinconia.