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Uno sporco lavoro

Uno sporco lavoro

Bacci raggiunge l’ospedale Villa Scassi con la sua vecchia vespa amaranto. Nel reparto di pneumologia è ricoverata Maria, che lo ha chiamato dopo più di trenta anni. Ha riconosciuto subito la sua voce e gli ha fatto tenerezza sentire nell’intonazione il timore che lui non si ricordasse più di lei. La stanza è ampia semplice e pulita, le infermiere gentili. Maria è nel letto, pallida e magrissima, i capelli grigi, Bacci stenta a riconoscere in lei la bella ragazza dai capelli bruno dorati come quelli di Angela Davis, ma anche lei di sicuro non ritrova in lui i lineamenti giovanili. La vita è così, ti travolge e ti trasforma. Bacci posa sul comodino i giornali e i babà e le sfogliatelle napoletane, poi l’abbraccia. Non è sicuro che rifarebbe le stesse scelte di tre decenni prima. Incosciente e superficiale, così lo definisce la sua ex moglie che per dieci anni lo ha tenuto lontano dalla figlia Aglaja: e forse ha ragione. Si guardano e gli occhi verdi di Maria hanno lo stesso sguardo indagatore di sempre. Si aggiornano sui malanni, gli incidenti e la vita personale. Maria si è sposata e ha tre figli, anche lei si è separata quando i figli erano piccoli è stata riconosciuta invalida del lavoro e le hanno dato un lavoro in banca. Bacci si sente in colpa perché quando è stata ferita al polmone, con tutte le conseguenze che la tormentano ancora oggi, quella mattina del luglio 1985, lui era presente e non è riuscito a salvarla…

Nel romanzo Sergente nella neve Mario Rigoni Stern scrive: “I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitare la bottiglia”: è proprio questa citazione che Bruno Morchio ha voluto mettere prima del preludio, perché questa è proprio l’essenza della storia raccontata in Uno sporco lavoro. La calda estate del giovane Bacci Pagano, un prequel costruito con i ricordi di Bacci e di Maria, attraverso i quali si scoprono gli esordi dell’investigatore privato protagonista di ben dieci romanzi di Morchio. Gli esordi nello “sporco lavoro” di investigazione, mette a dura prova il giovane genovese, reduce da tre anni in giro per il mondo dopo averne passati ben cinque in carcere per una condanna ingiusta. L’autore ha uno stile narrativo semplice e diretto, indugia a dare informazioni su ciascuna personalità in un modo che il più delle volte ricorda la sua attività di analista. Bacci è qui un personaggio ancora acerbo, ma che ha già in sé molti aspetti che lo caratterizzano e possiamo ritrovare negli altri romanzi, dalla vespa - simbolo dei giovani italiani degli anni Ottanta - alla pipa e al caffè amaro. Il ruolo di primo piano del romanzo è tuttavia di Genova, la città vecchia con i suoi carrugi, gli stretti viottoli della riviera di Levante che scendono fino al mare dall’acqua limpida e cristallina, gli artigiani con le loro eccellenze, i palazzi e i quartieri caratteristici. Una città amata tanto profondamente dal pluripremiato autore genovese che non perde occasione di descrivere così bene da portare il lettore a scoprirla dal suo punto di vista e diventarne un paladino.