La vita del cavaliere non fa sconti. Lucio lo sa bene, è una sua scelta montare Caligi quando il giorno comincia appena ad albeggiare, ascoltare il rumore dei suoi zoccoli calpestare l’erba secca dei campi e vedere il sole sorgere in sella, affacciato sulle vallate morbide della campagna toscana. Lavora nel maneggio del padre con in testa un obiettivo, quello di diventare il migliore nel salto ostacoli. Anche il suo amico Ferro ha la stessa determinazione, lo stesso traguardo fisso nella mente, qualcosa per cui impegnarsi follemente. E allora non importa che quella sveglia suoni ogni mattina per ricordargli che ci sono i box da pulire al maneggio, che Caligi, T.J e gli altri due cavalli affidati a lui debbano essere montati e allenati. Tutto fa parte del sacrificio necessario per realizzare un sogno. Passione? Capacità innate? Il talento come lo concepisce suo padre non esiste per Lucio, c’è invece quella spinta ossessiva a non fermarsi e a migliorarsi a guidarlo. Suo padre, con i suoi cento e più chili, si è reinventato istruttore per salvare un’attività in crisi. Il buco nero che si era generato a partire dalla morte della moglie, quando Lucio aveva solo quattro anni, si è ingigantito con il tempo, alimentato da malumori, aspettative deluse, incomunicabilità. Ma è questione di tempo ormai, Lucio dovrà sopportare e buttare giù quel groppo alla gola ancora per poco. L’indipendenza è solo a poche gare di distanza, serve il cavallo giusto, i giusti investimenti. Lui e Ferro ci lavorano insieme, da veri amici inseparabili. Al maneggio di Vieri, a Viareggio, i due ragazzi saltano, affrontano i percorsi ancora e ancora, per migliorare il salto di quella gabbia e delle barriere sempre più alte. L’obiettivo è arrivare ai Gran Premi e diventare professionisti. Tra sudore e spazzolate alle criniere, c’è tempo anche per commentare vecchie foto incorniciate, ridere ricordando l’aneddoto di Ferro e la spagnolaccia, flirtare con le giovani clienti. Ma sempre con la consapevolezza che il mattino dopo la sveglia suonerà ancora per ricordare loro che è ora di montare in sella...

Fin dalle prime pagine, il romanzo di Pietro Santetti ci accoglie con elementi che spesso accomunano gli esordi: una forte componente autobiografica e un’emotività decisa a guidare la penna verso le pieghe nascoste dell’animo. La storia di Pietro/Lucio è una storia di passione e determinazione che sfociano nell’ossessione. Un’ossessione che arriva però come un dono per chi è affogato nell’inconcludenza della vita quotidiana, e per il diciannovenne e il suo amico Ferro diventano carburante per poter sognare e sperare. Una determinazione che nasce come via di riscatto; per entrambi i giovani cavalieri montare in sella viene identificato come una via di fuga verso l’indipendenza dal nucleo familiare, oppressivo e fonte di conflitti. Lucio e suo padre sono due figure legate schiena contro schiena, destinate a parlare senza vedersi veramente. Le discussioni tipiche dei periodi adolescenziali sono esasperate dalla precaria condizione economica della famiglia in cui la figura materna è venuta a mancare precocemente. Lucio, al contrario dei suoi coetanei, perditempo confusi, trova un riparo nella sua ossessione e un conforto in quel futuro determinato e chiaro di fronte a lui. L’equitazione è un padrone severo e non fa sconti a chi non è pronto a dedicarcisi in modo totale e incondizionato, sette giorni su sette ai propri compagni a quattro zampe. Ma in quel ritmo, in quel metodico ripetersi di azioni, è racchiusa la chiave per affrancarsi dalla mediocrità in cui il padre è ormai immerso. Santetti sfrutta il suo linguaggio diretto e immediato per guidare la narrazione anche in angoli scomodi di quel mondo da lui vissuto in prima persona. Una volta allontanati da casa, Lucio e Ferro scoprono quanto l’ambiente dell’equitazione sia pericoloso e manipolato da personaggi pronti a tutto per far girare i soldi. Si scontrano con la realtà e sono costretti a rivalutare le figure dei genitori, a ridimensionare il loro fallimento o la loro rassegnazione con occhi più consapevoli e meno idealisti. Sono costretti a crescere. E qui troviamo un Santetti concentrato a raccontare un percorso di crescita, a sfumare la passione in formazione. Il taglio del cordone ombelicale e l’accesso al mondo competitivo e agonistico internazionale sono gli elementi che porteranno Lucio e Ferro a divenire uomini di cavalli. Il prezzo di questa ambizione al successo sarà tuttavia quella di sporcarsi le mani, fare buon viso a cattivo gioco in quell’ambiente maschilista e caratterizzato da figure dominanti che domano figure servili (siano esse cavalli o donne). A far cadere la maschera dell’emulazione interverrà una fondamentale presa di coscienza che saprà trasformare l’ossessione di Lucio in passione. Abbandonato in un angolo il bastone di ferro, a Lucio non resterà che sdraiarsi sul ventre della sua compagna di salti e ascoltarne il respiro, in cerca di quell’intesa e complicità che solo due respiri sincronizzati sanno raggiungere.