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Uvaspina

uvaspina

La madre di Uvaspina e Minuccia, Graziella detta la Spaiata, muore ogni mercoledì sera, quando suo marito esce senza portarla con sé. Si stende sul grande letto di ottone, boccheggia come una rana e il suo respiro è talmente flebile che fratello e sorella le passano ripetutamente le dita sotto il naso, per accertarsi che sia ancora viva. Ogni tanto hanno l’impressione che il cuore della madre batta più piano del solito e temono che non si tratti della solita sceneggiata e che la donna davvero tiri le cuoia. Ma poi capita che la Spaiata se ne esca con la richiesta di accendere la radio e di sintonizzarla su Radio Maria – quella si sente ovunque, pure sottoterra – così che possa morire in grazia di Dio. E allora i due ragazzi si tranquillizzano un po’ e realizzano che anche questa volta null’altro è che la solita pantomima del mercoledì, appunto. In Graziella tutto è spaiato – ecco il motivo di quel soprannome – i denti davanti, il rossetto rossissimo che fa a pugni con il suo incarnato da marocchina, il colore dei capelli. La sceneggiata della morte in genere si protrae per un certo tempo, durante il quale la donna prima sviene, poi si rianima, muore e risorge, proprio come Gesù Cristo, e si alza dal letto, stufa di attendere la morte vera. A quel punto si accende una sigaretta e se la va a fumare al balcone di casa, da dove si vede Mergellina e, di sera, pure la luna. Uvaspina e Minuccia non sono gemelli, ma assomigliano parecchio. Hanno entrambi il vizio di mordersi l’interno della guancia, mangiarsi le pellicine delle unghie e torturarsi i capelli neri e le doppie punte. I due sono figli della Spaiata – che prima di accalappiare Pasquale Riccio faceva la chiagnazzara ai funerali, quella che piange il morto e si strugge più dei parenti stessi – e di Pasquale Riccio, appunto, che ha conosciuto la moglie durante il funerale di suo padre. In quell’occasione Graziella ha dato il meglio di sé e ci ha messo un nonnulla a conquistare l’uomo…

Le lacrime, nel romanzo d’esordio di Monica Acito, sono ora vere e ora simulate e producono allo stesso tempo dolore e sorrisi storti, spaiati come Graziella, la donna che ha fatto del pianto il suo mestiere, la moglie che si vede costretta a baciare le sigarette di contrabbando perché le labbra del marito da troppo tempo le sfuggono, la madre di Minuzza e Uvaspina, il femminiello che ha una piccola macchia sotto l’occhio, una voglia a forma di acino che è diventata il suo soprannome. Minuccia e Uvaspina si muovono tra i vicoli di una città, Napoli, in cui tutto appare nascosto a prima vista, ma finisce per tornare a galla ogni volta; una città fatta di polvere e dolcezza, una realtà in cui piangere e fottere sono azioni necessarie per salvarsi. Minuccia e Uvaspina sono diversi e sono identici: lei ha una cazzimma quasi diabolica e spreme come può il fratello, quell’acino dolcissimo che, come la madre, impara presto a piangere- a “chiagnere” – per tutto ciò che lo addolora e lo delizia allo stesso tempo, l’amore innanzi tutto. E sarà Antonio, un pescatore anch’egli spaiato – ha gli occhi di diverso colore –, a iniziarlo all’amore, un sentimento che sarò allo stesso tempo croce e delizia, inferno e beatitudine. Ciascuno dei personaggi del romanzo porta impressa su di sé la propria croce, una ferita o un dolore che viene combattuto o affrontato ricorrendo all’arma più potente a disposizione, quel pianto che accompagna come un mantra l’intera narrazione, un pianto che aiuta ad amare. La Acito si serve di uno strumento potentissimo, il linguaggio – duro, crudo, privo di belletti o fronzoli e arricchito dalle frequenti incursioni dialettali– per raccontare l’umiliazione, la sopportazione e anche la dolcezza inattesa, nascosta dietro una durezza che sembra una condanna. Una lettura intensa; un esordio molto promettente; un libro consigliato a chi sia alla ricerca di una storia originale, capace di insinuarsi tra le pieghe più nascoste dell’animo umano per scardinare ogni certezza.

LEGGI L’INTERVISTA A MONICA ACITO