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V.

V

È la vigilia di Natale del 1955. Benny Profane, newyorchese ex marinaio di cacciatorpediniere, sta per incontrare i vecchi compagni in una delle bettole del porto di Norfolk, Virginia. Benny è uno yo-yo, un perditempo, ed è anche uno schlemihl, in lingua yiddish un disgraziato, qualcuno che non ha più nulla da perdere. Destini da dopoguerra, per lui e per i reduci che si riuniscono in bande scapestrate e improvvisate. Sarà per questo che accetterà di andare a caccia di alligatori albini nelle fogne? Anche Stencil ha una sua personale caccia da portare a compimento; sebbene paranoica e complottista, la sua è però una “ricerca erudita”: mentre segue le tracce del padre, un agente segreto al servizio della monarchia britannica, cerca un’idea, “un’ambigua preda”, un indefinito universo rappresentato da una lettera, “l’iniziale magica”: V. Profane, l’inetto, e Stencil, il trasformista dotato di ben otto personalità, costruiscono solo due dei numerosi incroci e flashback di questa storia che, dagli Stati Uniti, vagherà per Firenze e Venezia e approderà a Malta. E poi ci sono le incarnazioni materiali e immateriali di V., da quelle più carnali ad altre fantastiche o appena palpabili: Victoria, Vera, Veronica, la Venere di Botticelli, per tacer di un luogo misterioso e cruciale come Vheissu. A complicare l’avventurosa spedizione non mancherà un salto nella Parigi del 1913, dove ha luogo la struggente circostanza di V. innamorata e perduta, e un epilogo anacronistico nel 1919, quando il padre di Stencil, la spia, è in azione nel Mediterraneo durante la Grande Guerra. E il resto della storia? Il resto “è travestimento e sogno”…

Non una trama ma un intreccio di episodi; non uno spostamento fra luoghi ben noti ma una spedizione bizzarra e al di fuori dello spazio-tempo; nessun eroe ma svariati personaggi memorabili: dare una collocazione bibliografica a questo titolo è impossibile. V. è un romanzo postmoderno, certo, e così probabilmente se ne liquida la sua sostanza ermetica, evanescente. Altrettanto evanescente, come si sa, è il suo autore. Thomas Pynchon ha pubblicato nel 1963 questo suo primo romanzo, un cult per una nicchia di lettori che continua a cercare tra le righe segnali e teoremi, rileggendo le avventure della banda come un percorso esoterico. In pratica, prolungando la caccia di Profane e Stencil attraverso le trame e sottotrame. Si comprende così che, se non si affronta V. con questo intento, è quasi naturale abbandonarne la lettura… Insomma, per i comuni lettori e per i curiosi, affrontare Pynchon è una bella sfida. Il critico Guido Almansi, nella prefazione alla prima edizione italiana, accostò l’opera a quei romanzi che Calvino definiva enciclopedici; il riferimento erano gli universi inventati da Proust, Musil, Flaubert e Pérec. Almansi continua a tracciare la linea delle narrazioni infinite unendo i puntini con Joyce e, appunto, con Pynchon. L’idea era quella del romanzo-mondo, libri capaci di contenere ogni cosa. In V. sono piantati i semi dei successivi capolavori pynchoniani come L’arcobaleno della gravità e L’incanto del lotto 49, e anche le radici di Infinte Jest di David Foster Wallace: la precisione e il gusto delle citazioni scientifiche e tecniche, le ipotesi di complotto prese sul serio e prese in giro allo stesso tempo, le previsioni impressionanti, le ossessioni assurde che caratterizzano certi personaggi, e persino i loro nomi e soprannomi. E un tema su tutti: cogliere l’umanità sull’orlo della rovina, marchiandone il caos e le abitudini, le meschinità e l’infinitamente tenera bellezza.