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V for Vendetta

V for Vendetta

“Remember, Remember, the 5th of November”... 5 novembre 1997, Londra. Sono passati ormai più di dieci anni dalla guerra nucleare globale che ha cancellato dalla faccia della Terra Europa e Africa. La Gran Bretagna si è risollevata dal caos sociale e dalle devastazioni naturali, ma il prezzo da pagare è stato pesante: nel 1992 il partito fascista “Norsefire” guidato da Adam Susan ha preso il potere con la forza, portando a termine un brutale repulisti delle minoranze etniche, dei dissidenti politici e degli omosessuali. “Non voglio sentir parlare di libertà, di diritti individuali. Sono un lusso, e non mi piace il lusso. La guerra ha posto fine al lusso. La guerra ha posto fine alla libertà”: Susan, che si fa chiamare semplicemente Leader, governa con il pugno di ferro grazie a un supercomputer che ha chiamato Fato, mentre la regina sedicenne che siede sul trono inglese ha un ruolo di semplice rappresentanza. Solo il dittatore e la sua cerchia hanno accesso alle informazioni dei database elettronici, la gente deve accontentarsi di bollettini radio orari che vengono spacciati come Voce del Fato ma invece sono semplici veline di regime lette con voce suadente – o veemente, a seconda dei casi – da Lewis Prothero, ex comandante del campo di concentramento di Larkhill, segretamente gay, che colleziona rarissime bambole e ama la brutalità, in tutti i campi. Il potere è difeso da milizie spietate (la Mano), i cittadini sono controllati da una fitta serie di videocamere (l’Occhio) e da un sistema diffuso di intercettazioni telefoniche (l’Orecchio). Malgrado la Gran Bretagna viva una pace monocorde e un forzato consenso, l’economia è da tempo di guerra: carne, uova e patate sono razionate, i soldi non bastano mai. Una giovane operaia di una fabbrica di munizioni, Evey Hammond, decide di prostituirsi per racimolare qualche sterlina, e una notte si avvicina a un distinto signore e gli si offre, goffamente. Purtroppo per lei l’uomo è un agente della Mano, che prontamente chiama alcuni suoi camerati: mentre si accingono a stuprare la povera Evey, una misteriosa figura li attacca, uccidendoli quasi tutti in pochi secondi. È un uomo che indossa un ampio mantello nero, un cappello di foggia antiquata e una bizzarra maschera che ricorda il viso di un antico dinamitardo, che quasi quattro secoli prima aveva cercato di far saltare in aria re Giacomo I. Rifugiatisi sul tetto di un palazzo vicino, la ragazza e l’enigmatico personaggio, che afferma di chiamarsi V, assistono l’una attonita e l’altro compiaciuto all’esplosione del Big Ben e del Parlamento: più in alto delle fiamme, nel cielo di Londra, fuochi d’artificio compongono una gigantesca lettera V...

Prendete una distopia post-apocalittica a metà strada tra George Orwell e Aldous Huxley, verniciatela del grigio che si respirava nel 1980, quando la Guerra fredda sembrava stesse per lasciare il posto da un momento all’altro a un conflitto nucleare “limitato” sul territorio europeo (e trent’anni dopo abbiamo saputo che non si trattava solo di un’impressione), aggiungete un pizzico di elogio dell’anarchia in salsa punk, create un protagonista un po’ Robin Hood un po’ Batman un po’ Fantasma dell’Opera, nascondetelo dietro una maschera che raffigura Guy Fawkes, uno degli artefici della “congiura delle polveri”, un fallito attentato dinamitardo al re d’Inghilterra nel 1605, e avrete una bella storia. O un bel casino. Fortunatamente per noi, essendo questo complesso materiale capitato nelle mani di uno sceneggiatore geniale come Alan Moore e un disegnatore anticonformista come David Lloyd (con il modesto apporto di Tony Weare), il risultato è stato un capolavoro. Violenta, visionaria, spiazzante, profonda e ingenua al tempo stesso, V per Vendetta è un’opera plumbea, pessimista al limite della disperazione, rabbiosa e non consolatoria: caratteristica questa che – oltre alle enormi differenze nel plot – rende la graphic novel assai diversa dalla riduzione cinematografica, pur diretta (secondo me, almeno) con maestria e grinta da James McTeigue. Alan Moore ha criticato aspramente la sceneggiatura dei fratelli Wachowski: “Il film è una fantasia liberal americana creata da qualcuno che ha valori da liberal americano e combatte uno stato guidato da neocon à la Bush jr., cosa molto diversa dal mio fumetto. V per Vendetta parlava di fascismo. Parlava di anarchia. Parlava di Inghilterra”. A tal riguardo va precisato che la pretesa di far discendere dal fumetto di Moore l’iconografia del movimento antagonista internazionale fiorito negli ultimi anni è del tutto pretestuosa. V per Vendetta esisteva già da quasi trent’anni e nessun indignado se ne era mai accorto: è al film di McTeigue e alle sue nemmeno tanto velate allusioni all’11 settembre che le centinaia di migliaia di giovani che indossano la maschera di V nelle manifestazioni o gli hacker che imperversano sul web fanno riferimento, non diciamo sciocchezze. Molto articolata (eufemismo) anche la storia editoriale di questo capolavoro a fumetti: originariamente pubblicato in bianco e nero tra 1982 e 1985 sulla rivista antologica britannica “Warrior”, V per Vendetta rimase incompiuto fino al 1988, quando la DC ripubblicò la serie a colori e con le puntate finali mai uscite. Curiosamente in Italia il percorso seguito dalla graphic novel di Moore è stato simile: pubblicazione a puntate nel 1991 (su “Corto Maltese”), numerose ristampe in volume – alcune in bianco e nero, alcune a colori – tutte esaurite. Da preferire, nonostante il prezzo sensibilmente più elevato, la cosiddetta edizione ‘absolute’, con traduzione più fedele all’originale, materiale grafico inedito e scritti di Moore e Lloyd.