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Vaffanculo ai sensi di colpa

Vaffanculo ai sensi di colpa
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Il senso di colpa non va confuso con la vergogna. Quest’ultima è dovuta a quel che gli altri pensano (o meglio, che riteniamo pensino) di noi. Il senso di colpa è, invece, ciò che pensiamo di noi stessi. Inventato dall’uomo per porre dei limiti all’istinto di sopravvivenza, l’autoincolparsi è certo indispensabile per vivere in società ed è spesso, diciamocelo, la strada meno faticosa, che va a braccetto con la vigliaccheria e la pigrizia. Ma è anche vero che tale senso di colpevolezza totalmente soggettiva ci fa il più delle volte prendere decisioni letteralmente ‘di merda’ e imporre inutili barriere alla nostra libertà, condannandoci a rimediare vita natural durante a “mancanze immaginarie”. A che scopo dunque sentirsi in colpa? Cosa ci guadagniamo? Ne vale davvero la pena? La risposta, ovviamente, è no. E allora forse è il caso di diventarne consapevoli, di imparare a mandare finalmente a quel paese la comprensione – non siamo tutti Madre Teresa –, ad allontanare i collerici e le amicizie tossiche – abbiamo tutti quell’amico a cui non riusciamo a dire di no o quello messo sempre peggio di noi, quello possessivo o ancora l’amico che non può fare a meno di pontificare sulla nostra vita –, a riequilibrare l’atteggiamento verso la “coolitudine” e il senso di colpa legato alla famiglia, al lavoro, al sesso…

Un accattivante lettering a colori sgargianti introduce a questa piccola, irriverente guida su come liberarsi una volta per tutte dal senso di colpa. Olivia Moore, autrice francese che porta avanti i suoi one-woman show dal 2011 –anno in cui, si legge sul suo sito web, dopo tredici anni di vita normale “ha deciso di rovinare tutto diventando una comica” –, ci accompagna alla scoperta di una serie di situazioni, luoghi comuni, casi umani di cui comunemente si nutre il senso di colpa. C’è l’ambito lavorativo e quello della vita di coppia, le spinosissime dinamiche familiari, lo stare al passo con la società della performance e della visibilità, il rapporto col proprio corpo e i tabù del sesso – menzionati anche, con delicata fermezza, i concetti di abuso e consenso. La Moore non risparmia niente e nessuno, la V-word del titolo – assieme a culpafuck!, nuovo verbo di stato ideato dall’autrice – si staglia a grandi lettere sulle pagine e viene ripetuta come un mantra tra brevi how-to, molti hashtag, citazioni ed esilaranti esperienze personali. I nocivi meccanismi dell’autoincolparsi vengono messi a nudo per riderne di gusto, ma anche per riconoscerli e finalmente affrontarli, rivendicando quell’amore per se stessi che spesso proprio la costruzione soggettiva e il fardello autoimposto del senso di colpa ci impediscono di raggiungere. Evidenti i toni e i ritmi da stand-up, con punte di dosata ma dissacrante ironia, soprattutto nel capitoletto dedicato ai vecchi – che vaglia un sempiterno interrogativo: dobbiamo davvero perdonare tutto ai vecchi perché sono vecchi? – e nei frasari colpevolizzanti che chiudono ogni sezione, corredati da risposte da dare “al volo” spesso gustosamente cattive. Un volumetto godibile, cinico, scanzonato, che non ha enormi pretese ma è in grado di offrire buoni, a volte ottimi principi da tenere a mente per sfuggire ai sensi di colpa, per dire finalmente quel liberatorio “no” che ci pizzica la gola – e chi ci è passato ve lo può giurare: è tutt’altro che semplice – e coltivare un buon rapporto con se stessi. Per vivere, in buona sostanza, una vita migliore.