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Vecchie conoscenze

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È febbraio e come è logico che sia Aosta è sotto una nevicata. La giornata in questura è tranquilla, Lupa dorme sul divano e Rocco pensa. Ne ha di cose su cui rimuginare. Gabriele e sua madre si trasferiscono a Milano e se riavere la casa tutta per sé è un sollievo, la mancanza – l’ennesima – un po’ lo disturba. Da un paio di mesi più o meno non sente né ha notizie di Seba, l’amico di sempre, da mesi latitante dopo essere evaso dai domiciliari, probabilmente a caccia di Baiocchi. D’intino è ancora sotto embargo, d’altra parte se scopri che uno dei tuoi ti ha sparato ed è grazie a lui che sei senza un rene, fare finta che non esista è una valida alternativa ad ammazzarlo. In quella giornata un po’ così anche Deruta a casa sua è pieno di pensieri, deve affrontare una situazione non facile, il suo passato che per una volta tanto non ritorna ma è sempre stato con lui, imponendogli o facendo sì che si sia autoimposto determinate condizioni di vita che non possono continuare così. Di Italo, in questura nessuno sa niente: va, viene, fa quel che vuole, raccontando secondo Rocco un sacco di balle e anche di questo il vicequestore non ne può più. Ci ha provato ma avere cura di chi non vuole essere aiutato alla fine sfianca. Mentre la vita di tutti va avanti più o meno con le sue solite modalità, in via di Ponte romano, la signora Fosson, che vive con e per il figlio disabile, mentre scende le scale della palazzina, sul pianerottolo del piano di sotto ha una brutta sorpresa. Dall’appartamento della professoressa Martinet partono una serie di piccole macchioline. Sembrano dei fiorellini e dalla porta finiscono in una presa d’aria, orme di topo nonostante la derattizzazione, niente di preoccupante se non fosse che la Fosson ha fatto l’infermiera per una vita e abbassandosi per guardare meglio si accorge che in qualche modo il topolino ha appoggiato le zampette su del sangue. Nonostante Rocco prenda la segnalazione della signora con il solito tono ironico, pensando a della carne scongelata, Scipioni e Casella quando entrano nell’appartamento scoprono una rottura del decimo grado. La professoressa Martinet è evidentemente stata uccisa…

Nel caso di personaggi seriali così amati, almeno a me, capita di leggere “distrattamente” la trama gialla: errore madornale stavolta perché le trame - sia la principale che la sottotrama che fa da fil rouge unendo tutti i romanzi - sono nel caso specifico perfette. Difficile davvero riuscire a incastrare così esattamente i punti di contatto del passato diciamo professionale di Schiavone con i crimini che si trova ad affrontare. Eppure Manzini lo fa con una naturalezza – e un talento – che appunto distraggono, portando a concentrarsi su quelli che sono gli stati d’animo dei protagonisti. Come sappiamo le vicende del passato di Schiavone non solo gli hanno cambiato la vita, ma continuano a interferire pesantemente anche sul suo presente, sia professionalmente che personalmente. I suoi unici amici, i legami che si porta dietro da sempre, sono fonte di conforto ma anche di preoccupazione, la sparizione di Sebastiano senza una parola è spiazzante e dà adito a dubbi e sospetti che logorano. La sua vita sentimentale è ridotta a del sesso senza amore e senza alcuna tenerezza da parte sua che continua ad avere una sola donna nel cuore, una donna che non c’è più se non nei suoi sogni. Sempre più spesso si ritrova a pensare che forse sta solo dando il volto e la voce di Marina al suo inconscio, quello che gli dice di continuare a vivere nonostante tutto. Ma per continuare a vivere è necessario avere gli amici, l’amore o uno scopo e lui ha l’impressione di non avercelo più, uno scopo. In questo capitolo Manzini riesce ad affrontare, senza ripetersi mai, temi fondamentali della vita. La delusione, la perdita dei punti di riferimento, il tradimento; ma anche temi sociali che attualmente sono particolarmente sentiti. Quei fatti della vita che ti portano a non avere più la forza o la voglia di rialzare la testa e ti fanno andare avanti per inerzia. Per contro, c’è da sottolineare sempre il perfetto equilibrio della parte noir con la parte comica, le battute fulminanti, le situazioni che ti strappano una risata: tutto fa sì che il romanzo lo si beva davvero in un attimo; e purtroppo anche stavolta bisogna mettersi tranquilli ad aspettare il prossimo, non riuscendo a immaginare quali altri colpi di scena potrà inventarsi Manzini.