Salta al contenuto principale

Vedere voci

Vedere voci

Samuel Johnson ebbe modo di definire la sordità come “una delle più disperate tra le calamità umane”, ma è per certi versi sorprendente constatare come questa condizione non desti particolare attenzione agli occhi dell’opinione pubblica, e quanto poco si sappia al suo riguardo. I sordi congeniti rappresentano infatti una piccola percentuale della popolazione mondiale e di rado i mezzi di comunicazione di massa si occupano di loro. Può succedere che l’attenzione sulle condizioni di vita di queste persone venga di colpo ad accendersi, come accadde negli anni Ottanta a seguito dello spettacolo teatrale Figli di un dio minore, poi trasformato in un film di successo che fruttò anche un Premio Oscar alla protagonista Marlee Matlin. Fatta eccezione per questi rari casi, nella maggior parte dei casi i sordi sono trascurati o addirittura fatti oggetto di vere e proprie discriminazioni che finiscono per negare i loro diritti fondamentali, relegandoli in una condizione di marginalità. La storia purtroppo abbonda di questo tipo di episodi: uno su tutti, la decisione presa nel 1880 dal Congresso internazionale degli educatori dei sordi, tenutosi a Milano, di bandire del tutto la lingua dei segni a favore dell’insegnamento “oralista”. Questa decisione, basata sul presupposto che solo padroneggiando la lingua vocale i sordi sarebbero riusciti a integrarsi nella società, costituì di fatto un attacco formidabile alla cultura e al linguaggio dei sordi, peggiorando non poco la loro condizione per molti anni a venire. Eppure approfondendo la conoscenza del mondo dei sordi e della loro lingua dei segni, potremmo scoprire qualcosa di molto importante per tutti noi, ossia che “le nostre facoltà precipuamente umane – possedere un linguaggio, pensare, comunicare, creare una cultura – non si sviluppano in modo automatico, non sono solo funzioni biologiche, ma hanno anche un’origine sociale e storica, che esse sono un dono – il più meraviglioso dei doni – che una generazione fa all’altra”...

In Vedere voci Oliver Sacks abbandona i temi neurologici con i quali si è imposto all’attenzione del grande pubblico e che sono al centro dei suoi libri più famosi come Risvegli e L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello per occuparsi di un territorio nel quale, per sua esplicita ammissione, si trova ad essere di fatto un outsider, non avendone esperienza diretta e non potendo nemmeno essere considerato un vero e proprio esperto. A muovere Sacks in questo caso è la pura e semplice passione. È una passione che inizia quasi per caso, dalla recensione del libro When the Mind Hears, di Harlan Lane. Tale recensione, in origine pubblicata sulla “New York Review of Books” e poi successivamente ampliata, costituisce la prima parte del libro e permette di inquadrare dal punto di vista storico il modo con il quale la sordità è stata vista in Occidente. Segue una seconda parte, vero e proprio cuore del libro, nella quale Sacks approfondisce il discorso legato al funzionamento della lingua dei segni. In chiusura Sacks descrive le proteste scoppiate nel marzo del 1988 all’Università Gallaudet, uno dei più importanti istituti di formazione per sordi nel mondo, che ebbero come conseguenza quella di portare per la prima volta un professore sordo ad assumere la carica di rettore. Nel complesso, un viaggio affascinante in un mondo poco noto, anche se le tre parti del libro risultano in qualche modo staccate tra loro e in diversi passaggi la penna di Sacks sembra in effetti meno fluida del solito, quasi fosse in qualche modo impacciata per il fatto di doversi muovere in un universo non del tutto familiare. Per questa nuova edizione italiana, Sacks ha scritto una prefazione nella quale delinea la storia dei sordi in Italia e racconta della sua visita, nel novembre 1990, alla comunità dei sordi e alla scuola di via Nomentana a Roma.