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Vedi Napoli e poi niente

Vedi Napoli e poi niente

Passeggiando per Napoli con i propri figlioletti in una giornata caldissima e assolata, il papà giunge a piazza Carlo III e non può fare a meno di guardare l’Albergo dei poveri. Quel che ne rimane, è chiaro. E i figli, dopo qualche istante d’attesa, gliene domandano muti il motivo. Che fare? Tirare dritto in cerca dell’ombra, dello svago immediato, di un movimento, qualunque esso sia? O provare a spiegare - magari solo al più grande dei due - come è nato quel “gigante buono” e cosa succedeva tra le sue mura?… Domenica mattina: in città la religione è il pallone (non “il calcio”, espressione che nel capoluogo partenopeo non esiste), e il tempio è lo stadio San Paolo (luogo che attesta la sua sacralità fin dal nome). Ma non è veramente partita - non ancora - se insieme ai giocatori sul campo non c’è anche il bicchierino di Caffè Borghetti acquistato a 1 euro dal venditore ambulante… Maria è una donna giovane, ben messa in salute, che lavora insieme al marito nella sua trattoria: i soldi son sempre pochi, ma non le manca niente. Ad altri invece, che magari di soldi ne hanno tanti, manca proprio quella cosa che vorrebbero di più: un figlio. E allora lei, un po’ per pietà, un po’ per denaro, “affitta” se stessa per farlo nascere, quel figlio: e, con l’aiuto di un medico compiacente, fa felice tanta gente...

Esistono almeno due grandi filoni di narrativa napoletana contemporanea: quello che vuole raccontare la Napoli (e i napoletani; magari perfino la “napoletanità”) di oggi, in maniera più o meno realistica; e quello che si affida alla “Napoli che fu”, va alla ricerca del passato, della sua gloria e delle sue testimonianze, e instancabile ne ripropone il richiamo e l’incanto. Nessun giudizio di valore sull’uno o sull’altro: solo la considerazione che questi racconti di Castiglione appartengono alla seconda categoria. Partendo dal pretesto di una richiesta di collaborazione da parte di un giornalista straniero, si parla della leggenda di Cola Pesce, delle vicende del Serraglio, delle tradizioni di San Gregorio Armeno. Tutto scorre piacevolmente senza che nulla arrivi a colpire il cuore del lettore; scritto in un linguaggio netto (frutto dell’esperienza come giornalista dell’autore), che ben di rado si concede al dialetto (la cui ortografia non sempre è corretta). Esilarante - nell’ultimo racconto - la scena dell’uomo che litiga col fratello morto sulla sua tomba, e del carabiniere che cerca di riportarlo alla ragione.