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Venere privata

Venere privata

Brianza, anni Sessanta. Il dottor Duca Lamberti è uscito da tre giorni dal carcere. Ha scontato tre anni per aver praticato l’eutanasia su una paziente e lo hanno anche radiato dall’Ordine dei medici. Adesso è fuori dalla villa dell’ingegner Auseri, uno dei cosiddetti “cinque della plastica”. Lamberti è lì perché Carrua, un vecchio amico di suo padre, gli ha trovato un lavoro e lui, dovendosi occupare della sorella Lorenza e della nipote, ha accettato senza nemmeno sapere di cosa si tratti. Il signor Auseri gli spiega che si dovrà occupare di suo figlio Davide, un giovane di ventidue anni alcolizzato ed estremamente chiuso in se stesso. L’ingegnere gli spiega che il figlio ha sempre avuto difficoltà a socializzare, che non ha mai avuto amici, che ha provato a inserirlo nel mondo del lavoro ma senza successo e che, un anno prima, ha cominciato a bere e non accenna a smettere, nemmeno coi metodi forti. L’unica passione di Davide sono le auto, gli piace guidare veloce e il padre ha paura che un giorno, guidando ubriaco, si ammazzerà. Il dottor Lamberti dovrà quindi disintossicarlo, senza mai lasciarlo, perché ogni volta che è solo beve. Ma, oltre a questo, dovrà essergli amico. Il dottor Lamberti accetta e si trasferisce quindi nella grande villa degli Auseri. Sa come fare per disintossicarlo, conosce il metodo, ma per guarirlo davvero dovrà andare più in profondità e capire cosa è successo un anno prima e risolverlo. E quello che scopre, non senza fatica, è che l’alcolismo di Davide è collegato a Alberta Radelli, una giovane trovata morta suicida proprio un anno prima...

Quando si dice noir in Italia uno dei primi nomi a venire in mente è quello di Giorgio Scerbanenco. Sebbene sia considerato in tutto e per tutto il maestro della narrativa nera italiana, Scerbanenco però è stato uno degli scrittori più versatili del Novecento: ha scritto romanzi rosa, western, libri di fantascienza e gialli; si è occupato della posta del cuore delle riviste “Novella”, “Bella” e “Annabella”; è stato redattore di Rizzoli e caporedattore dei periodici Mondadori. E tutto questo senza nemmeno finire le scuole elementari. A causa delle sue origini (il padre era ucraino) e del suo cognome dal sentore slavo, ha sempre faticato a sentirsi accettato in Italia: nel saggio “Io Vladimir Scerbanenko”, contenuto alla fine di questa edizione di Venere rivapta, ripercorre la sua vita e i momenti in cui il senso di estraneità lo ha turbato maggiormente, tanto da portarlo a togliere la “k” dal cognome e sostituirla con una più italiana “c”. Pubblicato nel 1966, Venere privata è il libro che sancisce il suo successo. In questo romanzo compare per la prima volta il personaggio del Dottor Duca Lamberti, che sarà protagonista in altri tre libri. Sebbene la storia sia ambientata nella Milano del boom economico degli anni Sessanta, Scerbanenco mostra il lato oscuro del benessere, come a voler ricordare all’uomo che le sue fortune, i soldi e il lavoro non cancellano la corruzione dell’animo umano e che sotto la laccatura dorata della nuova era la miseria umana ha trovato una zona d’ombra in cui muoversi e proliferare. Quella di cui parla Scerbanenco è una società che non si merita giustizia e infatti non c’è, in questa storia, la tradizionale figura del poliziotto- detective che personifica l’ordine da ristabilire, ma l’eroe della storia è un medico, oltretutto radiato dall’albo, che non vuole trovare il colpevole dell’omicidio di Alberta Radelli per fare giustizia, ma per aiutare Davide, convinto che solo scoprendo la verità egli riuscirà a smettere di bere. Quello che ci troviamo di fronte è un eroe che è disposto a sacrificare la donna per cui prova qualcosa, la coraggiosa protagonista femminile della storia Livia Ussaro, pur di portare a termine il lavoro con il suo assistito. La letteratura per Scerbanenco, come dice Luca Doninelli nella prefazione, è “un interruttore per spegnere un incantamento” e forse non esiste frase migliore per descrivere e sintetizzare la prosa noir di questo autore: i mondi da lui creati sono immobili, il lieto fine non è lieto fino in fondo, il bene che viene fuori dalla storia non convince. Il lettore esce dalla lettura disincantato dalla possibilità di redenzione dell’essere umano, ma incantato dall’eleganza della scrittura di questo maestro del noir.