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Vent’anni prima

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Milano, maggio 1998. L’ispettore Toni Berté - calabrese trapiantato a Milano - sta scrivendo, come sempre, sul suo taccuino le sensazioni che ha provato davanti al cadavere della ragazza che è stata ritrovata poco tempo prima. Non sono stati rinvenuti né documenti né cellulare, ma che si trattasse di una prostituta è stato evidente fin da subito, considerando gli abiti succinti che indossava e il contenuto della borsa: diversi preservativi, un blister contenente pastiglie eccitanti, alcune mutandine di seta, sigarette, accendino e una foto che la ritraeva, in abito da sera scollatissimo, seduta sul bordo di una piscina. Alberti, il suo collega, è certo che la ragazza lavorasse per la Berger, perché glielo ha confermato Ludmilla, la sua giovane amante ex prostituta. Afferma inoltre che il nome della ragazza, un’etiope, fosse Dada. La Berger tuttavia, immediatamente interpellata, ha detto di non conoscere affatto la ragazza e di non averla mai vista. Berté solleva la penna dal taccuino. Per il momento non racconterà a sua moglie Franca - celebre per il suo pollice verde grazie al quale si pone in sfida continua con la dirimpettaia a colpi di piante sempre più esuberanti da esibire sul terrazzo di casa - di quella povera ragazza abbandonata come fosse un sacco della spazzatura. Il rintocco delle campane della chiesa di sant’Anna lo riscuote dai suoi pensieri e gli porta alla mente il figlio Gigi, per il quale quelle campane hanno rappresentato per anni il segnale pattuito per il rientro in casa dai giardinetti di piazza Stuparich, dove da ragazzo si incontrava con gli amici. Ora, invece, Gigi è diventato un uomo che rientra quando gli pare e ha due spalle da lottatore e occhi neri e profondi ereditati dalla nonna Peppa. La statura da vichingo non si sa da chi l’abbia ereditata, dal momento che l’ispettore è alto poco più di un metro e settanta, mentre Franca è più bassa di lui…

Luigi Berté, vicequestore aggiunto con una passione segreta per la scrittura, di taglia abbondante e dai capelli brizzolati raccolti in una lunga coda di cavallo, verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso è un giovane studente - capelli indomabili e statura da vichingo - figlio di Tony Berté, ispettore della Omicidi che ama annotare su un taccuino nero i resoconti delle sue giornate, e di Franca, donna tutta d’un pezzo la cui frase preferita è “Ne valeva la pena”, espressione che più volte si affaccia come monito alla mente del figlio. Le sorelle Elena e Michela Martignoni, che si nascondono dietro lo pseudonimo di Emilio Martini, offrono al lettore, per l’undicesimo racconto della serie dedicata a uno dei vicequestori più originali della letteratura, una vicenda che si colloca indietro nel tempo e che vede sulla scena Berté padre, poliziotto incorruttibile cresciuto in una Calabria solida e abituata a farsi bastare il poco che la vita dona. Tony Berté si muove in una realtà intricata, fatta di ricatti e corruzione, in una Milano di fine secolo ricca e spietata, una città in cui la mafia calabrese si è imposta, infettando con i suoi tentacoli ogni ambiente, specie quello legato alla prostituzione di alto bordo. E insegue la verità, ad ogni costo, sfidando le apparenze e cercando indizi certi e prove sicure. Ma la morte lo sorprende all’improvviso, insieme alla moglie, e sarà Gigi, vent’anni dopo, a completare il lavoro del padre, a portare alla luce misteri nascosti per due decenni sotto la coltre dell’omertà e a individuare una torbida ragnatela fatta di tradimenti e inganni. Le Martignoni, milanesi, sanno raccontare con maestria la loro città di ieri e di oggi: la Milano da bere, il racket, la prostituzione che si mescola ai locali alla moda, la rettitudine di chi in quella città si è trasferito alla ricerca di un futuro migliore. Ricreando un’atmosfera che ricorda molto da vicino quella dei romanzi di Scerbanenco, danno vita a una narrazione perfetta, intensa al punto giusto, carica di ritmo e tensione. Una lettura da gustare pagina dopo pagina.