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Vera e gli schiavi del terzo millennio

Vera e gli schiavi del terzo millennio

Dalla veranda, seduta sulla sedia a dondolo, Vera osserva il ragazzo intento a potare la tamerice. La chioma si piega al suo volere, mentre le cesoie tagliano i rami più piccoli e il seghetto i tronchi più grossi. L’albero accanto alla tamerice, intanto, sembra osservare ciò che accade alla pianta vicina. Vera quell’albero lo conosce molto bene; lo ha piantato insieme al suo più caro amico. Ha una chioma larga e piena di fronde e pare sostenere, fiero, lo sguardo del mare. L’albero sa che tra poco sarà il suo turno e che il ragazzo con le cesoie sfoltirà e taglierà i rami più piccoli e i tronchi più grossi. La segretaria-assistente-amica della donna, che sta con lei da vent’anni, segue il movimento della sedia a dondolo sul pavimento di legno e ritiene che lo strano atteggiamento della sua titolare sia indecifrabile. Non può di certo essersi incantata a osservare il giardiniere, quel ragazzo mingherlino che taglia i rami mentre il tramonto, come ogni giorno, si colora di rosso. Per lei Vera è sempre stato un mito, l’ha ammirata ogni singolo giorno e ha sempre continuato a darle del lei. Ora però le sembra cambiata: è diventata fragile, si è rimpicciolita e ha il volto segnato da rughe profondissime. Anche gli occhi sono diversi: quella luce intensa che ha sempre reso il suo sguardo grintoso si è spenta. È come se Vera stesse pian piano rinunciando a essere sé stessa. Ora Vera si stringe nel giaccone che ha acquistato a Ushuaia e subito la mente torna in Patagonia. Anche laggiù, alla fine del mondo, ha sentito freddo. Arrivata in un tardo pomeriggio con un volo proveniente da Buenos Aires, lei e Pietro si sono ritrovati senza alloggio, a causa di un disguido con l’Hotel, cui la prenotazione via Internet non era mai arrivata e la struttura era ormai al completo. Pascal, l’autista cileno, l’aveva portata per ore a cercare una nuova sistemazione e alla fine l’aveva trovata dal signor Carlo Brescia, un italiano proprietario di un hotel che avrebbe aperto per la prima volta da lì a poco...

Carmen Lasorella, famosissima giornalista italiana, la prima a ricoprire il ruolo di inviata di guerra per la TV, preparata e capace di raccontare con precisione le principali crisi che hanno interessato il mondo intero a cavallo tra gli ultimi due secoli, si cimenta per la prima volta con un romanzo e il risultato è una storia in cui ciò che risalta è la capacità di mostrare con estrema precisione situazioni e luoghi. È come se la giornalista, in mancanza dell’immagine che da sempre accompagna il suo lavoro, sia andata alla ricerca di una sensazione comunque visiva, attraverso la quale raccontare più generazioni e diverse voci narranti che si intrecciano. Protagonista è Vera – nomen omen – attivista per i diritti umani, impegnata in prima linea ma segnata da una profonda crisi dettata sia da una situazione sentimentale dolorosa e difficile da gestire, sia dalla terra bruciata che il suo lavoro inevitabilmente ha creato intorno a sé. A sostenerla e, soprattutto, a osservarla da una distanza ravvicinata, che consente di osservare ogni sfumatura, c’è Mariella – assistente da anni, ma anche amica – che ha una decina d’anni meno di Vera e mille insicurezze a minarle l’esistenza. Quando Vera realizza che un’importante struttura che dovrebbe occuparsi in modo trasparente di migrazioni è in realtà implicata nel più sordido malaffare, decide di rimestare nel torbido, per denunciare e, soprattutto, per offrire nuove occasioni a chi continua a essere vittima di abusi e vulnerabile. Osteggiata da molti e aiutata da un magistrato, un giornalista e altri personaggi, Vera si muoverà tra minacce e brama di giustizia, tra mafie e voglia di chiarezza. Carmen Lasorella sa come catturare l’attenzione del lettore e condurlo in un vortice travolgente, che sfida il destino e combatte in nome del più nobile dei sentimenti, quell’amore grazie a cui è possibile ricominciare. Ancora una volta.