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Verso il paradiso

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In un 1893 in cui la secessione degli Stati Uniti d’America è stata portata a compimento e - almeno negli stati orientali (detti Liberi) - vige un’incredibile modernità in fatto di relazioni sentimentali, a David Bingham, unico figlio ancora non maritato della facoltosa stirpe dei Bingham, viene avanzata una proposta di matrimonio da parte di Charles Griffith, ricco possidente. C’è però un problema: David ha appena iniziato a frequentare segretamente Edward Bishop, uno squattrinato professore di musica dal passato misterioso. Ma David Bingham, intorno al 1993, è anche un giovane di belle speranze che convive con Charles Griffith, uomo ormai attempato e i cui amici sono costantemente assediati dall’epidemia di AIDS che sta cambiando il mondo. E ancora, nel 2093, David è invece un figlio ossessionato dal complottismo e che ha perciò un rapporto conflittuale con il proprio padre Charles, dato che quest’ultimo è un noto scienziato che lavora per un ente statale avente lo scopo di contenere le continue epidemie che si succedono in un pianeta ormai devastato. Proprio da David, però, stavolta nascerà Charlie, una bambina molto particolare (che vivrà con il nonno) destinata a diventare l’ultimo simbolo di speranza in un mondo ormai morente…

Tre storie che sembrano totalmente separate tra loro, ma in cui tutti i personaggi hanno sempre i medesimi nomi, come in uno strano e misterioso gioco delle reincarnazioni. Yanagihara, confermando il proprio talento letterario, imbastisce così un poderoso romanzo (circa 800 pagine) in cui vari momenti storici (immaginari o addirittura ucronici) si intersecano tra loro per narrarci le problematiche del nostro tempo. Abbiamo infatti un passato che sembra incredibilmente simile all’oggi, e che per certi versi si rivela persino più avanzato; mentre poi, nella terza parte, troviamo un futuro distopico e retrogrado, martoriato da pandemie e stati dittatoriali. Se però le idee portanti del romanzo sono molto interessanti e vincenti, lo stile, a mio parere, tende a presentare qualche problematica. In un romanzo ucronico (cioè che racconta una storia alternativa a quella reale) si può certo fare ciò che si vuole, ma qui si ha spesso la sensazione che tra ottocento, novecento e duemilacento le persone parlino sempre allo stesso modo. Troppo poco lo scarto linguistico tra i tre tempi, che perciò finiscono sempre per risuonare come uno strano presente a noi contemporaneo (non sono però in grado di dire se ciò sia dovuto alla traduzione: occorrerebbe leggere l’originale per scoprirlo). La parte che invece, senza alcun dubbio, brilla per bellezza è proprio quella centrale, ambientata appunto in un tempo vicino a noi e in gran parte alle Hawaii (terra d’origine della famiglia di Yanagihara). Qui lo stile è perfetto per la storia narrata: la grande penna dell’autrice risalta al meglio nel trattare argomenti, mondi e personaggi a lei chiaramente più vicini.