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Verso le rovine di Čevengur

Verso le rovine di Čevengur

La patria è, nella definizione dello storico e antropologo romeno Mircea Eliade, una “geografia sacra e il centro di una mitologia inesauribile.” La ricerca di una patria-mito, dunque, il viaggio intrapreso alla sua scoperta, si fa percorso insensato, mitologico appunto, e che è simile a quello del viaggiatore che, risalendo la corrente, cerca la sorgente del fiume. Perché le sorgenti sono eredità, oltre che promessa di fiume. Sono quelle gocce ancora autentiche e non contaminate alla cui vista e contemplazione si guarisce dai propri malanni esistenziali. Perché la sorgente è anche energia che scaturisce e sgorga in superficie da dentro la madre terra. Questo è il racconto di un viaggio alla ricerca della madre patria Russia e delle sorgenti del Volga che, essendo sacre, sono custodite. Un tempo, si dice che alcune vecchiette badassero a ripulire la fonte. Morta l’anziana Nina Andreevna Poljakova, ora le sorgive vengono sorvegliate da un vecchio pensionato sordo: Anatolij Grigor’evič e la sua storia. Il viaggio a ritroso nel mito della patria continua sulle tracce del poeta Velimir Chlebnikov, compagno di strada di Majakovskij, fino ad arrivare dove il Volga incontra il Mar Caspio formando un’isoletta. “Notte fonda di costellazioni / quale fato, quali annunciazioni / irraggi tutt’intorno, o libro? / Schiavo o libero? / Quale sorteggio è destino ch’io legga / nel cielo vasto di mezzanotte?”. Il contesto, la natura sovrana, è la materia per creare la poesia, modellarla in versi e prosa. Arte mutevole, come mutevole è il delta del Volga. Come instancabile per sua natura è questo luogo, così dovrà essere la ricerca del poeta e del viaggiatore, ora impegnato a inseguire la storia dell’anarchico Michail Bakunin, presso i giardini della casa di famiglia a Prjamuchino dove il padre ricostruì una sorta di tempio della quiete e piantò un albero per ogni figlio. Oggi quella casa e quel giardino sono rovine, preda della natura e ritrovo dei giovani anarchici che gridano alla libertà, perché nessuno mai come Bakunin ha infuso tanta passione a quella parola che per sua natura è onnicomprensiva…

Scomparso nel 2021, appena sessantenne, fotografo e scrittore moscovita, Vasilij Golovanov apparteneva a quella generazione cresciuta all’ombra dell’illusoria stagione della perestroika di Gorbaciov, implosa su sé stessa, ed è forse questa la ragione scatenante del bisogno spasmodico di Golovanov di cercare radici nel fango, qualcosa di solido e vivo dentro a un terreno molle. La ricerca di un intellettuale è spesso rivolta a un mito, a qualcosa di ancestrale e impalpabile, ma ugualmente ricco di sostanza e fondamenti. Lo sguardo si rivolge prima di tutto ai vecchi intellettuali e agli anziani di campagna, custodi e detentori di quelle gocce sorgive originali e ancora pure. Essi sono come la sorgente, la loro anima è limpida. “Noi siamo di più: siamo forti e impetuosi come l’acqua al disgelo, ma non saremo mai così puri come la sorgente, come gli uomini della sorgente”, sostiene Golovanov. Dopo l’Elogio dei viaggi insensati del 2008, ecco l’autore intraprendere un altro viaggio alla ricerca dell’origine della patria, che dovrebbe corrispondere a quella del Volga, dove tutto è più puro e incontaminato. Tutto poi rifluisce verso il mare, così come fanno anche gli abitanti di quelle terre che però, al cospetto della natura, diventano rovine di sé stessi. Stessa sorte hanno gli ideali politici. Cos’è rimasto dell’anarchia di Bakunin? Si domanda Golovanov osservando i giovani riuniti nella vecchia casa. “Perché di quello vero non sanno nulla, è evidente. Non hanno neanche voglia di scavare in profondità nel passato.” Infine, una ricerca nasce sempre da una fuga. Anzi, dalla fuga delle fughe. Che scaturisce da un bisogno, da un disequilibrio che non ci fa stare in pace. Vasilij Golovanov, attraverso le rovine di Čevengur, ritorna a monte della propria storia e di quella della propria patria, fino alle sorgenti del proprio essere.