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Verso occidente l’impero dirige il suo corso

Verso occidente l’impero dirige il suo corso

Mark Nechtr e Drew-Lynn Eberhardt sono due studenti di scrittura creativa, nonché due giovani appena sposati dopo una breve frequentazione, matrimonio deciso in fretta e furia a causa della gravidanza di lei. Cosa ci faccia Mark con una come D-L è però mistero per tutti i loro compagni di corso: lui così rigido, preciso, elegante; lei così disordinata, svagata, con quei vestiti larghi, trasandati e l’onnipresente mazzo di tarocchi, da cui estrae improbabili divinazioni. Non che anche Mark sia un tipo così anonimo in fondo: ottimo arciere, porta sempre con sé una freccia di metallo, che potrebbe fare gravi danni in mani sbagliate. La strana coppia si trova in compagnia di personaggi ancora più strani in viaggio per raggiungere una città dell’Illinois dove si stanno radunando tutti gli ex attori di una pubblicità di McDonald, con l’obiettivo di girare un nuovo megaspot celebrativo. Ad accoglierli all’aeroporto J.D. Steelritter e figlio, dirigenti dell’agenzia pubblicitaria che ha organizzato la reunion e che trema di paura al pensiero che le instabili condizioni meteo, l’assenza di alcuni attori o altri inconvenienti dell’ultimo minuto possano rovinare il tutto...

Tra tutti i libri di Foster Wallace questo non è il primo che salta alla mente quando si tratta di consigliare qualcosa ai neofiti, né è nella lista dei suoi capolavori, quella per intenderci che comprende Infinite Jest e Una cosa divertente che non farò mai più. Questo perché Verso Occidente l’impero dirige il suo corso è sì, come i sopracitati, un ottimo esempio della prosa raffinata, ampia e digressiva di Wallace e una delle prime espressioni dei temi tipici della sua letteratura, come la pervasività della pubblicità e la difficoltà di raggiungere una vera sincerità e un messaggio emotivo semplice e diretto in una società dominata da una rifrazione mediatica continua, ma è allo stesso tempo un libro meta-letterario fin dal titolo, che cita un famoso dipinto americano, e dalla trama, che invece riprende, espande e parodizza allo stesso tempo un racconto dello scrittore post-moderno John Barth Lost in the funhouse (Lett: Persi nella casa stregata), come spiegato nell’introduzione a cura della traduttrice Martina Testa. Questa abbondanza di citazioni e di dettagli può frastornare il lettore che non abbia voglia di approfondire i riferimenti o di affrontare una lettura che richiede il doppio impegno di comprendere un testo e il suo referente o chi cerca un libro con trama solida e con una fine chiara e soddisfacente. Niente di nuovo in realtà per la narrativa di Wallace, solo che in questo libro, forse anche perché opera giovanile, questa difficoltà di lettura un po’ più elevata è unito ad uno stile un po’ meno brillante del solito e a personaggi non così memorabili, rendendo quindi il testo interessante per i completisti dell’autore, ma non fondamentale per chi non lo ama alla follia.