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Verso un manifesto destino

Verso un manifesto destino. Storia militare degli Stati Uniti dall'indipendenza alla guerra contro il Messico

Nell’estate del 1790 il Ministro della Guerra del Presidente George Washington, Henry Knox, affida al generale Harmar e al Governatore del nordovest Arthur St. Clair una spedizione militare nella regione dei Grandi Laghi per “estirpare il problema indiano alla radice”. Dall’avamposto che oggi è la città di Cincinnati le truppe statunitensi avanzano con difficoltà lungo le direttrici dei fiumi Wabash e Maumee, mettendo a ferro e fuoco la cittadina di Kekionga ma subendo anche perdite rilevanti, tanto che le tribù locali divengono paradossalmente ancora più aggressive. L’anno successivo quindi il Congresso USA affida ancora a St. Clair – fedelissimo di Washington ai tempi della rivoluzione – una missione militare che consolidi le conquiste dell’anno prima e faccia cessare ogni attività ostile da parte dei nativi. L’avanzata lentissima sotto la pioggia battente delle truppe di St. Clair, che per prudenza fa costruire dei fortini lungo il percorso per evitare di restare senza rifornimenti, indispettisce i miliziani del Kentucky, che si rendono protagonisti di diserzioni o iniziative militari non coordinate che frammentano e indeboliscono lo schieramento. Il 4 novembre all’alba circa 1400 pellerossa guidati da Piccola Tartaruga piombano sull’accampamento di St. Clair massacrandone metà degli occupanti, mentre gli altri sono costretti a una ritirata precipitosa. Washington è infuriato e prende spunto dalla dura sconfitta per riorganizzare dalle basi l’esercito USA. Poi, nel 1793, ad Anthony Wayne detto “il Folle” viene affidato il comando di oltre 3000 uomini per la rappresaglia. Il 20 agosto a Fallen Timbers, nei pressi delle cascate del Maumee, i pellerossa – malgrado la loro inferiorità numerica e malgrado il parere contrario di Piccola Tartaruga – accettano la battaglia campale e vengono duramente sconfitti, consentendo agli Stati Uniti di prendere il controllo del territorio che oggi è lo Stato dell’Ohio. Negli anni successivi circa 250.000 coloni si spostano nella zona, una vera e propria invasione. Per circa un decennio la pace regge, ma tutto cambia con l’apparizione sulla scena di due fratelli della tribù degli Shawnee destinati a passare alla storia: Tecumseh e Lalawhetika. Il secondo, ex sciamano e poi alcolista, nel 1805 viene colpito da una malattia infettiva che lo porta in punto di morte. Ma contro ogni previsione si risveglia dal coma e cambia drasticamente vita. Assunto il nome di Tenskwatawa, la “porta aperta”, inizia a predicare la nascita di una nuova nazione indiana, mentre Tecumseh si occupa di dare spessore militare alle visioni profetiche del fratello. La cosa non sfugge alle autorità politiche statunitensi, e così il governatore dell’Indiana William Henry Harrison decide di attaccare Prophetstown, la città santa di Tenskwatawa, con lo scopo di offuscarne la stella e disinnescare la rivolta nascente…

In un articolo pubblicato sul numero di luglio/agosto 1845 della rivista “Democratic Review” John Louis O’Sullivan utilizzava per la prima volta un motto che negli anni successivi sarebbe riecheggiato ancora e ancora, a giustificare – e nella volontà di chi lo utilizzava, nobilitare – la politica espansionistica e aggressiva degli Stati Uniti nell’Ottocento. Quello che O’Sullivan definiva il “(…) nostro destino manifesto di espanderci e conquistare l’intero continente che la Provvidenza ci ha concesso per sviluppare questo grandioso esperimento di libertà e di governo federale” alludeva a una ineluttabile superiorità culturale e razziale degli statunitensi, a una presunta legge naturale, a una “volontà divina” che gli altri abitanti dell’America potevano solo accettare di buon grado. “Poco contava che vi fossero già popolazioni preesistenti, aborigene e non solo”, spiega Roberto Chiavini, dottore di ricerca in Storia antica e già autore di diversi saggi sugli Stati Uniti, “perché tutte queste – amerinde, nere, ispaniche, meticce – non appartenevano all’élite dominante, quella WASP (White Anglo-Saxon Protestant, ossia inglese e scozzese, e protestante) cui le parole di O’Sullivan (che pure era di origine irlandese) erano rivolte”. È proprio questo presunto “destino manifesto” il convitato di pietra della storia militare degli Stati Uniti del XIX secolo, che qui è raccontata (con precisione storiografica ma anche con talento da divulgatore) dall’Indipendenza alla guerra contro il Messico compresa, passando per le “guerre barbaresche” della Marina USA contro Algeri e Tripoli – pressoché sconosciute al grande pubblico –, la guerra contro l’Inghilterra del 1812, le guerre Seminole e le altre guerre indiane, la rivolta texana e la leggenda di forte Alamo. La storia degli Stati Uniti anche prima della Guerra di Secessione è stata sanguinosa e ricca di conflitti, ci spiega Chiavini, che in appendice al suo appassionante e leggibilissimo saggio dedica spazio anche all’eco delle vicende storiche trattate nella letteratura, nel cinema e nei wargame.