Percorrendo la piccola strada provinciale tortuosa che aggira le falde più interne del Monte Cocuzzo si attraversano villaggi ormai morti di contadini: Pantanolungo di Carolei, La Motta di Domanico, Santo Iaso, Dirrotti,La Pietra, Barbaro: qui in un tempo lontano le ragazze che si erano liberate dai panni pesanti con la primavera fiorita nella notte di San Giovanni raccoglievano i fiori da bagnare nel catino e innastravano i capelli in cerca del ragazzo con cui maritarsi. Ancora percorrendo la bella strada borbonica costruita a metà ottocento, dal paese di Mendicino si arriva a Terredonniche, vicino al casale della forestale di Campochiarissimo. In alto si erge la montagna grande e aspra, “coi fianchi spioventi come una immensa piramide che si illumina da sola”: il Monte Cocuzzo, il cui nome, a dispetto della comica cacofonia dialettale, deriverebbe dal latino Cacutium a sua volta derivato dal greco κακός κύτος, ovvero pietra cattiva, cava o cavità malvagia - quest’ultima derivata dalla più remota radice sanscrita che è di Cauchos, come Caucaso, montagna cavernosa, guasta, selvaggia. “Dal Cilento sino all’Aspromonte, dal golfo di Policastro e fino a oltrepassare quello di Sant’Eufemia, quasi davanti lo stretto di Messina, non c’è niente che visto dal mare, davanti ai nostri occhi salga più in alto di questa montagna allungata come un obelisco verso il cielo. Il suo rilievo si nota da grande distanza, dalla costa o dall’interno, inconfondibile e suggestivo con la sua forma svettante, bizzarra e isolata”..

Prosecuzione ideale del reportage realizzato dall’autore per il programma di Rai Radio3 Le Meraviglie nel dicembre del 2020, Viaggio al monte analogo è uscito alla fine del 2023: è un libretto di modeste dimensioni, lungo poco più di centotrenta pagine - di cui le ultime trenta presentano una antologia di testimonianze antiche e meno antiche di scrittori e viaggiatori passati da Monte Cocuzzo, la vetta più alta della catena costiera calabrese. Il monte avrebbe una particolare rilevanza affettiva per Mauro Francesco Minervino, paragonabile a quella che doveva avere il Mont Sainte- Victoire per Cézanne, che lo dipinse centinaia di volte. Suddiviso in sette brevi capitoli, il testo pare svolgersi alternando stili differenti: quello che inizialmente pareva dover essere un reportage giornalistico a un certo punto assume il tono e lo stile di un’opera ermetica, a tratti un poema in prosa, un’opera orfica per iniziati. Un testo comunque particolare, di una bellezza inusuale. Professore di Antropologia Culturale ed Etnologia, Mauro Francesco Minervino ha già pubblicato altri libri fra cui La Calabria brucia (2008), Statale 18 (2011), Stradario di uno spaesato (2017); ha tradotto e curato il volume di George Gissing Verso il Mar Ionio. Il Sud di un vittoriano; ha vinto il Premio Internazionale di Filosofia Karl- Otto Apel (2014), e il Premio Nazionale Umberto Zanotti Bianco- Italia Nostra (2022); è autore di programmi per Rai Radio3, Rai-Libro e Rai Educational. Dal 2004 collabora alla redazione della rivista “Nuovi Argomenti” e dal 2022 è editorialista del “Corriere della Sera” su cui tiene la rubrica Minimi Tropici.