Nel più bel giorno di primavera Tezer ha la pelle d’oca mentre legge Il vizio assurdo, poiché comprende di essere nata lo stesso giorno di uno dei suoi autori preferiti, Cesare Pavese. Sette anni prima del suo suicidio. Si chiede come mai senta questa comunione profonda con questo autore e sa che le immagini che vede sono legate alle descrizioni tracciate da lui, alle frasi e alle parole che ha trovato nei suoi scritti. Esce sul balcone, osserva la vita fra la gente e riflette sul dolore, l’amore, le mancanze e la vita che è scorsa e sa che non rimane altro che l’attesa della morte. Nessuna città fa pensare alla morte come Berlino, con quei muri stretti, chiusi che opprimono. “Mi muovo in questa città insieme ai miei muri precedenti. I muri stretti della casa dei miei genitori. I muri asfissianti dei matrimoni. I muri degli uffici che sanno di sigaretta. I muri spietati delle scuole. I muri delle case, delle prigioni, quelli davanti ai quali le persone sono state impiccate, fucilate. I muri dell’ospedale. I muri del manicomio, i muri di marmo, i muri delle case povere, i muri delle case di riposo, i muri delle baracche, i muri delle bidonville, i muri della città, i muri dei sistemi”. Lascia l’hotel e seduta in un caffè osserva il McDonald’s che ha di fronte. Ormai in ogni città dell’Europa Occidentale si trovano ristoranti americani. Ventisei ora dopo è a Praga davanti alla casa di Kafka, un grosso edificio di pietra a tre piani. Lui ha lavorato al numero 22 per quasi un anno, lì ha scritto i suoi racconti. Gli anni trascorsi con le sue storie sono stati i più profondi, quelli che hanno influenzato di più i suoi pensieri. Più tardi si siede vicino alla tomba di Kafka, nel cimitero ebraico. Suo padre e in seguito sua madre sono stati sepolti nella stessa tomba. Pensa alla lettera di Kafka a suo padre, il padre che nel corso della vita non ha mai smesso di opprimerlo ora giace sopra di lui anche nella tomba. Due ore dopo sarà su un aereo per Amburgo, continuando per Londra e poi San Francisco...

Tezer Özlü, autrice molto nota in Turchia ma ancora poco conosciuta in Italia, definita come la principessa malinconica o la figlia selvaggia della letteratura turca, scrive un autoritratto dettagliato e consapevole sempre sulle tracce dei suoi autori preferiti. Nella sua breve vita (morirà nel 1986 per un tumore al seno) segnata da problemi psichiatrici e numerosi ricoveri, produrrà due romanzi autobiografici. Nel primo, Le fredde notti dell’infanzia, racconta della sua infanzia e dei trattamenti psichiatrici subiti, questo secondo Viaggio al termine della vita invece è un diario del viaggio che intraprese nell’estate del 1982 sulle tracce degli scrittori che l’avevano più influenzata. Partendo da Berlino, in pochissimi giorni attraversò varie città (Amburgo, Vienna, Praga, Trieste) tra cui solo per citarne alcune, muovendosi in treno, in autobus, a piedi, in macchina, alla scoperta dei luoghi legati ai suoi scrittori del cuore. La visita alla tomba di Kafka nel cimitero ebraico di Praga le infuse un senso di profonda serenità, a Trieste e l’incontro con Letizia, la figlia di Italo Svevo, le riportò alla memoria momenti terribili della sua infanzia a Istanbul, quando leggeva La coscienza di Zeno tra i disordini e le bombe, e si trovò a invidiare i personaggi che passeggiavano per i viali della città. Ma a guidarla nel viaggio fu soprattutto il desiderio di conoscere i luoghi di Cesare Pavese, l’autore che Özlü aveva tradotto e con cui sentiva un’identificazione profondissima Nel romanzo alterna ricordi del viaggio a memorie sul passato e sul presente di donna scrittrice. Mentre racconta il suo pellegrinaggio sulle tombe di Kafka, Svevo e Pavese, Özlü descrive la difficile infanzia in Turchia e gli amori, e lascia emergere il suo bisogno di liberarsi dai vincoli sociali esprimendo il complesso legame tra vita e scrittura, tema sempre al centro della sua ricerca artistica.