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Vicolo del Precipizio

Vicolo del Precipizio
Tiziano, anni fa, scrisse il suo primo e unico libro, una raccolta di storie intitolata I racconti della vecchia osteria. Certo di voler diventare uno scrittore, aveva abbandonato Cortona per Torino, scontrandosi però con la dura realtà del mondo editoriale, fatta di compromessi, favori reciproci, finte parole messe in bocca a noti scrittori. Oggi, diventato ghost writer di talento, vive in compagnia di un gatto in un appartamento torinese. Di notte scrive, di giorno bazzica in agenzia, sopravvivendo alla propria esistenza piuttosto apatica. La fuga da Cortona cela però un altro malcontento, un mal di vivere che Tiziano trascina con sé fin dall’adolescenza. I suoi sono scheletri nell’armadio che spingono per uscire e scriverne diventa quindi un bisogno ormai insostenibile e incontenibile. Per questo l’attività di ghost writer viene praticamente accantonata, mentre ogni notte il libro della sua vita, mai scritto prima, spinge per uscire. Nel titolo Vicolo del precipizio si cela il nome di un luogo, una via di Cortona, cara e funesta allo scrittore, che proprio lì indica come epicentro molti dei suoi ricordi, belli e brutti. Ai capitoli del libro che sta nascendo di notte in notte, si alternano le riflessioni di Tiziano, tormentato dagli incubi del passato, dal ricordi di Magda, ragazza istrionica che il suo corpo ancora rivendica, al rapporto con Cristina, funestato dal fantasma di Magda, e dalle telefonate quotidiane al vecchio padre, che a Cortona accudisce la madre inferma. Il romanzo sottintende qualche cosa che non è ancora stato confessato, un peso e un nodo alla gola che Tiziano inghiotte col progredire del libro che fino a oggi non ha mai avuto il coraggio di scrivere, fino a risolversi con un finale, questa volta del tutto reale, inaspettato quanto terribile…
Lo scrittore, come figura e come alter ego, permette di interagire in modo laterale con la realtà, aprendoti una finestra privilegiata sul mondo. Un passaggio favorito, un escamotage che molti usano per strappare lacrime, applausi, sentimenti come fossero radici dal terreno. In effetti, Tiziano, il protagonista-scrittore, utilizza il libro che non ha mai voluto scrivere come terapia d’urto contro un passato indimenticato e non rinnegato fino in fondo. La scrittura, specie se notturna, agevola l’esumazione di scheletri dall’armadio. Tiziano, in questo senso, approfitta del suo mestiere di ghost writer (scheletro-fantasma, il riferimento forse voluto) per confessarsi quel che prima non è stato in grado di dire, nemmeno a sé stesso. Ci sono ricordi che proprio non tornano a galla, che la sua mente ha voluto venissero cancellati. Come certe conversazioni con Magda, ragazza che ha cambiato il suo modo di vedere le cose e che ancora la sua testa domanda e che il suo corpo pretende. E l’incontro, dopo tanti anni, è deludente perché Magda, pur non essendo cambiata, ai suoi occhi è diversa, gli dimostra quanto poco ricordi di certe sue situazioni fondamentali. E poi, nella scrittura, il procrastinare ossessivo della verità relativamente al rapporto con Cristina, di cui non è mai tempo di raccontare la verità. Un romanzo ambivalente, dove si entra e si esce da un altro romanzo in divenire. Un passaggio un po’ stancante, a dirla tutta. Questo fuori e dentro, ma mai sempre fuori e mai sempre dentro, un po’ disturba. Certo, il finale particolare fa chiudere bene tutta l’opera e dunque, tutto sommato, è questo un libro che ha i suoi buoni motivi per esistere.