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Vicolo dell’acciao

vicoloacciaio

Via Calabria 75, quartiere Italia Montegranaro, nel cuore di Taranto. Un condominio incastrato tra un parcheggio e un incrocio in cui sfrecciano ambulanze a tutte le ore. Tutti lì hanno almeno un parente che lavora al siderurgico e infatti le loro pelli profumano del ferro delle acciaierie. Attorno, un supermercato e una cabina telefonica sventrata. Poco oltre c’è San Giovanni Bosco, la chiesa del quartiere, gestita da un prete inquinato come i residenti e per giunta molesto. Anche Mino Palata abita lì e ovviamente suo padre, il Generale, lavora in prima linea all’altoforno dell’Ilva. Il signor Locascio è l’inquilino del piano di sopra e sta urlando - neanche a dirlo - contro la moglie. Il Generale li odia perché strascicano le sedie tutto il giorno. Lui e Locascio lavorano insieme ma il Generale manco gli rivolge la parola a quello, un imboscato che se la spassa in ufficio mentre lui sta ai laminatoi, in prima linea, lì dove fa talmente tanto caldo che la pelle sembra staccarsi. Ecco perché nonostante tutto suo padre e sua madre l’hanno iscritto a Bari a Giurisprudenza, per evitare di farlo finire anche lui stritolato come tutti lì dentro. Nel suo palazzo tutti muoiono di cancro ai polmoni, hanno in corpo più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi di non si sa cosa. Mino lo sa, ma prima dell’università si vuole concedere un “giro di carne”. Così s’è fatto coraggio e chiede a Isabella Maria Catena Lamanna, una bella cavallona di diciannove anni, per tutti Isa, se vuole diventare la sua ragazza e c’è pure rimasto parecchio sotto. Anche il padre di Isa lavora alle acciaierie, anche lui in prima linea, come direbbe suo padre. Suo padre che quando Mino s’è cresimato al prete che gli diceva che mentre lui fumava sul sagrato in chiesa suo figlio era diventato un soldato del Signore, aveva prontamente risposto che se quello era un soldato lui minimo doveva essere un generale...

La dedica che apre il romanzo è per i fottuti, quelli che da sempre Cosimo Argentina ama e sa raccontare come pochi. I fottuti dalla vita, dal destino, i fottuti che lo diventano o che ci nascono come gli abitanti del condominio di Via Calabria 75, i protagonisti di questo romanzo rieditato da Hacca, carne viva, da macello, imprigionata nel tritacarne del proprio vivere e del cuore pulsante veleno, quell’Ilva polmone nero di una città, di un quartiere - Italia Montegranaro - deposito decadente di disperata malaumanità - che brulica di esistenze randagie, al limite dell’autolesionismo, vite che si trascinano strisciando contro i muri incrostati di urina e diossina, da cui sembra impensabile affrancarsi. Argentina da maestro del genere randella e pesta sulle pagine scolpendo personaggi talmente vividi da restarti appiccicati addosso col loro sudore, col loro olezzo di pasta con le sarde e morte. Un presepe di poveri cristi che più che leggerli sembra vederli agitarsi tra le quinte di un teatro. Perché tra tanta retorica da salotti tv e campagne elettorali la tragedia dell’Italsider di Taranto la puoi toccare con mano solo così, sbattendoci il muso contro e vivendo h24 tra chi quel ventre molle, grasso e avvelenato lo munge e vi si abbevera, finendo persino per vedere la morte come qualcosa di drammaticamente ineluttabile.