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Vicolo Sant’Andrea 9

Vicolo Sant’Andrea 9

Padova, 9 dicembre 1943. Teresa Agostini è intenta a fare una magra spesa al mercato che si svolge, come sempre, nelle tre piazze attorno al Palazzo di Giustizia. Le tessere annonarie che stringe in mano le consentiranno di accaparrarsi un po’ di viveri per i Levi, la famiglia ebrea del Professore per cui lavora ormai da anni e che l’ha trattata e istruita come una figlia. Lasciato il mercato e arrivata in prossimità del ghetto cittadino, però, Teresa si rende subito conto che l’atmosfera non è la stessa di sempre. Un soldato la blocca e, dopo averle controllato i documenti, le intima di andarsene senza mettere bocca su ciò che sta accadendo. Mentre inizia ad allontanarsi, infatti, Teresa nota il Professore e il suo figlio maggiore salire su un autocarro con le mani dietro la nuca. Un attimo dopo sente qualcuno che la chiama: è la moglie del Professore, che le mette tra le braccia un fagotto di lenzuola. Accoccolato al suo interno c’è Amos, il terzo figlio maschio dei Levi, nato da poche settimane. Teresa non può fare altro che nasconderlo nella sua sporta nera e scappare via con lui, per tentare di metterlo in salvo... Padova, 9 dicembre 1958. Al numero 9 di Vicolo Sant’Andrea una donna si è ormai rassegnata al suo destino. Teresa, dopo aver lavorato per dieci anni come portinaia dello stabile, è stata licenziata e non le è rimasto altro se non trasferire tutti i suoi averi in dodici scatoloni. E la sporta nera, che non potrebbe mai e poi mai lasciare indietro. A breve verrà a prenderla suo fratello Gino, proprio come era accaduto tanti anni prima quando era stata dimessa dall’ospedale “dei matti”. Nonostante la grande tristezza, però, non vuole rinunciare a offrire per l’ultima volta il suo budino di pane alla vaniglia e cannella con uvetta a Vincenzo, il suo giovane padrone di casa, e a Sandro, suo compagno di scuola dai tempi delle elementari. Nella desolazione di quella che per un decennio era stata la sua abitazione, ormai vuota, Teresa spegne la radio e si siede in attesa dell’arrivo dei due ragazzi. In mano la scatolina di legno intarsiato contenente il suo segreto e la lettera che pochi giorni prima ha scritto con tanta attenzione. Deve riuscire a trovare le parole giuste per parlare con Vincenzo e raccontargli, finalmente, tutta la verità sulle sue origini...

Vicolo Sant’Andrea 9 è il romanzo d’esordio di Manuela Faccon, padovana di nascita con una laurea in Lingue e Letterature straniere moderne e un dottorato di ricerca in Filologia e letteratura. Il libro è ispirato ad alcune vicende familiari, come la stessa autrice rivela nelle note finali del libro, nonché a una triste pagina della Storia italiana. La figura di Teresa è, infatti, basata su quella della prozia Maria della Faccon, una donna d’altri tempi, riservata e gran lavoratrice, impiegata per anni presso la famiglia dei Levi Minzi nel ghetto padovano fino alla deportazione del dicembre 1943. La delicatezza con cui l’autrice narra la vicenda di Teresa e degli altri personaggi che si incontrano via via tra le pagine non è usuale, ancor più se si tengono in considerazione i temi trattati. Dalla deportazione degli ebrei dal ghetto, alla violenza dei fascisti nei confronti di tutti coloro che venivano accusati di osteggiare il Regime, alla condizione di donne e uomini relegati nei manicomi sulla base di diagnosi formulate a caso, tutto viene raccontato senza mai scendere nella volgarità e nella brutalità, reazioni troppo spesso ricercate dagli autori solo per esibire un inutile sensazionalismo. Teresa Agostini è una giovane donna che, leale alla parola data a quella che per lei rappresentava una seconda madre, rinuncia agli anni più belli della sua vita. La sua promessa ad Anna Levi le costa molto caro, ma nonostante tutto la porta ad attraversare un percorso di crescita che, alla fine, la vedrà sbocciare e diventare una donna fiera e sicura delle sue decisioni. La narrazione corre su due binari paralleli che raccontano il passato di Teresa, a partire dal 1943, e il presente, ambientato nel 1958, fino a ricongiungersi in un finale inaspettato e carico di quel pathos che accompagna il lettore tenendolo per mano pagina dopo pagina. Lo stile di scrittura della Faccon è invidiabile e lascia che le parole scorrano nella lettura con una fluidità raramente riscontrata in un’opera prima. Un romanzo da non perdere, che emoziona e, senza dubbio, regala anche più di uno spunto di riflessione.