Il giovane Jean Rezeau, secondogenito della famiglia, si ritrova faccia a faccia con una vipera assopita nel calore estivo della Bella Angerie, nella campagna di Craon. Lontano dall’esserne spaventato, Jean la afferra con lestezza per il collo e inizia a stringere. Se la avvicina persino al viso per vedere meglio il suo sguardo avvelenato, prima che la scintilla di odio negli occhi topazio dell’animale si estingua. Lo strangolamento della vipera sarà il preludio dell’audacia e determinazione che si svilupperanno quando la nonna morirà. Jean cresce per i primi otto anni insieme al fratello maggiore Frédie, detto il Moscio, sotto le cure severe ma giuste della nonna, insieme a una schiera di zii, zie, governanti e cameriere. Nella residenza che da oltre duecento anni appartiene alla famiglia, la facciata pretenziosa cela un interno in degrado, privo dei lussi che lentamente si stanno espandendo all’epoca, come il telefono, il gas e l’elettricità. Alla morte della nonna, che saluterà i nipoti dal suo letto con la frase profetica “che Dio vi assista!”, i genitori di Jean e Frédie tornano dalla Cina per prendere in mano le redini di casa. Da quel momento ha inizio una battaglia di potere tra la signora Rezeau, née Pluvignec, o la Bastarda pazza come verrà presto soprannominata, e i suoi figli, in una gara di astuzia che prima li vedrà perdenti e sottomessi, ma nella quale pian piano, Jean si mostrerà un suo degno discendente…

Pubblicato originariamente nel 1948, La vipera in pugno è un romanzo audace anche per i nostri tempi, scevro di perbenismi e coraggioso nel denunciare l’ipocrisia sociale e familiare. La signora Rezeau trasforma i figli in “cavie per sperimentare la sua volontà di potenza”, con il beneplacito del marito, uomo di “molta erudizione e poche idee”, simbolo di una borghesia in decadenza. La scrittura di Hervé Bazin si fa sempre più scorrevole mentre si narrano in maniera avvincente, a tratti persino divertente, i continui dispetti e le torture che i figli Rezeau subiscono. Scopriamo come ciascuno di loro sviluppa una maniera diversa di relazionarsi con il sopruso: alleandosi con il nemico, sottomettendosi, o tenendo testa all’avversario. Quella che in apparenza potrebbe sembrare una storia di riscatto diventa la cronaca di una dinamica transgenerazionale destinata a ripetersi. La battaglia, confessa Jean, lo ha reso uguale alla madre. Dopo anni in cui è stato “posseduto dal genio della crudeltà”, prova un’irrimediabile sfiducia verso gli altri. La decadenza della borghesia, che inizia con l’abbandono delle stanze della Bella Angerie, per passare dalle privazioni sempre più severe che la famiglia è costretta ad adottare, si concluderà con un colpo di grazia preannunciato: come ha fatto con altre vipere, Jean strozzerà i valori antiquati della famiglia di cui porta il nome. L’educazione imposta dai genitori porta a un destino scritto da cui non si scappa: perché, anche volendo, “la felicità non può nascere sulle rovine di una lunga miseria”.