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Visa transit – Volume 1

Visa transit – Volume 1

Estate 1986. Campagna (dove siamo? Campagna. Da qualche parte, nella campagna). De Crécy e il cugino Guy, ventenni o giù di lì, stanno guidando una scalcinata e romantica Citroën Visa. Meta, apparentemente indefinita: l’Est, l’Est europeo. “Est” all’epoca significava qualcosa di diverso: significava andare al di là della Cortina di Ferro, significava lasciare l’Europa libera e democratica e arrangiarsi. Parecchio. 1986. Pochi mesi prima era esplosa la centrale nucleare di Chernobyl, sul territorio ucraino confederato all’URSS, a Est; la nuvola radioattiva s’era fermata a un metro dalla frontiera francese. Proprio a un metro: come no. Era timida, la nuvola. I cittadini dovevano essere trattati come stupidi. Dovevano crederci. Quando l’artista e suo cugino partono per il loro viaggio improbabile a Est, Chernobyl sembra loro lontana, astratta. Quanto accaduto, forse, non era così grave; e in ogni caso loro volevano partire, e andare a Est. Aspetta: prima a Sud- Est, a quasi 1800 km dall’Ucraina. La strada era lunga. Niente navigatori satellitari, all’epoca: si andava con gli stradari, con malconce mappe cartacee. Si andava a naso e si sperava che i cartelli non fossero traditori. A un certo punto i due giovanotti si accorgono che stanno viaggiando da ore senza incrociare anima viva. Troppa strada, troppa stanchezza. “Ci fermiamo qua, ti va? Dovresti spegnere i fari. Cerchiamo di non farci scoprire”, dice Guy. “Sta tranquillo”, replica De Crécy, “Cosa vuoi che ci succeda?”. Eh. Buio pesto. Fari spenti. Riposo. Sonnecchiare. Dormire? Per dormire la questione è un po’ complessa. Stendersi è dura, là in auto. Sul sedile posteriore ci stanno parecchi libri, perché i due si sono portati dietro mezza biblioteca. Un viaggio nato sotto il segno della poesia, dice: “Rassicurante, ma scomodo”. D’altra parte di buttarli via non se ne parla mica, i libri sono sacri. Giusto? Giusto. “Dai, dormiamo fuori, c’è un po’ d’erba”. “Scherzi?”. Cinghiali, serpenti, c’è da aspettarsi qualunque cosa. E le tende...? Eh, erano previste, ma quella che s’erano portata dietro era vecchia e mezza rotta. Via, buttata via, già da un pezzo. Dove? Buttata. Fa un freddo pazzesco. De Crécy ha un sonno micidiale. Accende una sigaretta e pensa che dormire all’aria aperta restituisce una reminiscenza primordiale, quando l’uomo era fragile e minacciato da una pletora di predatori (quanti!). Reminiscenza lontanissima, ossi di seppia la paura del buio e qualche altra fobia (occhi rossi, tipo). C’è chi riesce a dormire dappertutto, incosciente o magari soltanto esausto. De Crécy mica ci riesce. E adesso infatti dorme...ma quello è il sonno fragile e incerto che sopraggiunge all’alba, per disperazione, o qualcosa del genere. Qualcosa del genere, sì...

Originariamente apparso per Gallimard, Visa Transit. Volume uno è stato pubblicato qui in Italia dalla Eris Edizioni di Torino, nella collana Kina, diretta da Gabriele Munafò e Sonny Partipilo, in un elegante cartonato 21x28, a colori. L’artista è Nicolas de Crécy, francese di Lione, classe 1966, estremamente apprezzato dalla critica (alle spalle un Premio Micheluzzi e un Prix Vendredi; già candidato all’Eisner Award), un tempo sodale di Sylvain Chomet (fino alla rottura: Chomet accusato di plagio; con piena ragione, parrebbe). Artista padre di “uno degli immaginari più originali apparsi negli ultimi decenni” (questo il parere del suo elegante editore italiano), “genio visionario” per RAI Letteratura, de Crécy era già noto al pubblico nostrano per il buffo e surreale Il celestiale Bibendum (2015), per il satirico e politico e ibrido manga La Repubblica del catch (2016), per lo sperimentale Diario di un fantasma (2017) e infine per il noir e grottesco Prosopopus (2018): tutti nel catalogo della Eris (come si conviene: autore rappresentativo poi diventa portabandiera di un catalogo). Visa Transit. Volume uno ha avuto un’ottima accoglienza, qui in Italia. Per P. Scarnera di «Doppiozero», questo è “un fumetto sul viaggio, o meglio sul misto di spaesamento e di libertà che ci prende quando siamo lontani da casa”. Secondo C. De Felice di «Banda di Cefali» questo “è un viaggio nel senso poetico e più magico del termine, senza prenotazioni né piani prefissati, all’insegna dell’estemporaneità e con la sola guida di mappe cartacee talvolta imprecise che portano a perdersi in posti selvaggi e sconosciuti”. Per S. Rapiti e L. Cassarà della rivista «Lo Spazio Bianco», “lo sguardo nostalgico si riflette in uno stile pittorico debitore dei grandi artisti. I tramonti nella loro esplosione di colori sono infatti un omaggio a William Turner. [...] Ogni vignetta diventa una cartolina, anche laddove viene rappresentato un paesaggio brullo la capacità indiscussa del maestro francese di acquerellare ne trasmette la poesia”. Personalmente ho trovato nel primo dei tre (ad oggi) previsti volumi di Visa Transit diversi aspetti sinceramente encomiabili. L’amarcord generazionale, naturalmente; poi, più di qualche frangente visionario o allucinato; l’alternarsi di flashback e flashforward, che fanno somigliare questa prima parte dell’opera a una sorta di stream of consciousness; le battute sulla memoria e sulla natura umana; le diverse e non prevedibili reminiscenze letterarie. La satira politica – quando appare – è forse leggermente più didascalica e telefonata (ad esempio: leziosissima quella su Berlusconi: ben altro c’era da osservare sulle sue aderenze politiche negli anni Ottanta, quando costeggiava il partito socialista). Niente di fastidioso, intendiamoci. Tutto è segno di limpida personalità autoriale e di una nitida vena da cantastorie d’antan.