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Vita di Cristo e del suo cane randagio

Vita di Cristo e del suo cane randagio

Lo notano per primi i pecorai che, come al solito, se ne stanno a guardia delle greggi, a Betlemme. Notano un enorme cane bianco, dal pelo lungo e folto che, come un’ombra, passa accanto alle greggi e si infila in una grotta adibita a capanna. È una notte piuttosto singolare. L’afflusso di persone – in movimento a seguito del censimento ordinato dall’imperatore di Roma Cesare Augusto – ha riempito ogni luogo possa fungere da ricovero: alberghi, stamberghe, ovili e ogni capanna. Mossi da curiosità, alcuni pastori seguono i muli, i cammelli e i soldati che sono passati subito dopo il cane. Tutti sono diretti verso stessa la grotta in cui si è infilato il cane bianco. Davanti all’ingresso c’è ressa, in mezzo alla quale si distinguono tre uomini che indossano abiti scintillanti ed elmi che sembrano d’oro. Si tratta dei Magi, arrivati dalla Caldea che, seguendo la stella cometa, sapevano che sarebbero arrivati nel luogo di nascita del Messia, destinato a portare un nuovo messaggio all’umanità intera. Ed eccolo lì, il Messia, all’interno della grotta, in una mangiatoia. Dorme, scaldato dal fiato di un bue e due asini posti ai lati. Vicino ai genitori del piccolo, seduti su una panca, se ne sta il cane, sonnecchiante. Se qualcuno, però, fa cenno di avvicinarsi al piccolo, il cane si mette in posizione d’attacco e ringhia. Il cielo è puntellato di stelle e un vento gelido scende dalla montagna. I pastori, dopo la visita alla grotta, tornano dagli amici, in piedi attorno ai falò, intenti a scaldarsi. Nessuno si sente stanco e qualcosa di insolito si respira nell’aria. Lungo la strada che scende verso la carovaniera gruppi di persone rientrano ai loro paesi. A Betlemme, ben presto, tornerà la solitudine di sempre. A un tratto, scortati dal cane bianco, ecco passare la coppia di sposi fino a poco prima ospiti della grotta: la donna è in groppa a una somaro e tiene in braccio il piccolo, mentre l’uomo li precede e ha in mano la briglia dell’animale. Se quel bambino è davvero il Messia, come mai è nato in una capanna e non in un luogo regale?

La narrazione della vita di Gesù, quella raccontata attraverso i Vangeli, in particolare dall’evangelista Giovanni, è l’elemento di partenza del nuovo romanzo di Vincenzo Pardini, che affianca la figura del Messia a quella di un grosso cane bianco, randagio, impegnato a seguire il figlio di Dio fin dal suo primo vagito, nella grotta di Betlemme. Fedele al Cristo, l’animale resterà solo e randagio dal giorno in cui Gesù ascenderà al cielo e tale sarà la sua condizione finché il figlio di Dio non tornerà sulla terra. Si tratta quindi di un trentennio durante il quale i due condivideranno la medesima sorte e affronteranno insieme le stesse esperienze. È chiaro che si tratta di un animale dalle caratteristiche in qualche modo prodigiose, a partire appunto dal suo ampio arco temporale di vita. A giudicare dal mantello immacolato – forse simbolo di purezza e candore – il cane bianco è in qualche modo fratello di Gesù e, come lui, affronta il male, rappresentato da pericolosi cani neri, e lo fiuta, cogliendo la presenza del maligno Satana in ogni ostacolo che è chiamato ad affrontare. Ebaù – questo è il nome del singolare animale – può essere visto come un angelo, un emissario inviato da Dio a sostegno del figlio, oppure semplicemente come il classico animale quadrupede. Quel che è certa è tuttavia la sua valenza simbolica: rappresenta la fedeltà più assoluta, quella che non si smorza davanti a nulla, quella che non vacilla, quella che non si discute. Le parole di Pardini stesso mostrano in maniera precisa ciò che il suo scrivere sottende: “Leggendo e rileggendo i Vangeli, e riportandone alcune frasi o passaggi, mi accorgevo di quanto le mie parole non reggessero al confronto del testo sacro. Erano meno di granuli di sabbia di fronte a delle montagne. Sono sempre stato credente, ma non mi ero mi chiesto come poter sentire la vicinanza di Dio” E ancora: “In particolare quello di Giovanni, avvertivo qualcosa di inspiegabile, per certi aspetti anche pauroso: la nullità della mia mente e persona di fronte alla narrazione evangelica, che mi entrava dentro, sentivo, per non uscirne più. Mi sembrava di aver accanto un amico invisibile, con cui dialogavo via pensiero. E insieme a noi, c’era il cane di Cristo, che ho saputo essere davvero esistito. A suo modo un apostolo, forse più devoto e fedele degli uomini”. Il “forse” si può certamente eliminare.