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Vita mia

Vita mia

1943. Dacia è in Giappone con la famiglia. Sta per compiere sette anni e la sua famiglia è molto ben integrata nel tessuto sociale e culturale giapponese. Suo padre Fosco insegna all’università, sua madre Topazia partecipa spesso ai convegni degli studenti che si schierano contro la guerra e le sue sorelle, Yuki e Toni, sono più piccole di lei e nate entrambe, a due anni di distanza una dall’altra, in Giappone. Dacia, che invece è nata a Firenze, è in auto con il resto della famiglia e vede, al di là dei finestrini appannati, i lampioni la cui luce si alterna a macchie di buio in un movimento che le pare equilibrato, così come le sembra del tutto normale che la vita sia un passaggio veloce tra luce e ombra. Sta invece per imparare che le zone d’ombra possono essere davvero ampie e imprigionare in un buio sgradevole per un tempo molto molto lungo. Pochi giorni dopo l’8 settembre, infatti, Fosco e Topazia vengono convocati dalle autorità giapponesi. L’occasione è buona per un viaggio in taxi, che Dacia fa insieme ai suoi, convinti di dover sopportare una predica socio- politica da parte di qualche autorità. Invece, mentre la piccola viene affidata a un’impiegata dal grembiule nero e i capelli bianchi, i suoi genitori – lo scoprirà in seguito – vengono fatti accomodare in due diverse stanze e interrogati separatamente: devono giurare fedeltà al governo nazifascista, a seguito del patto che il Giappone ha appena concluso con Italia e Germania. Fosco e Topazia non giurano. Se il rifiuto da parte del padre – un antropologo – è facilmente comprensibile, non lo è altrettanto quello della madre, una ragazza siciliana, figlia del duca Enrico Alliata e cresciuta a Bagheria. Ma la donna è diventata donna ascoltando e condividendo le idee libertarie del padre e la sua decisione di non piegarsi al regime non desta alcuna sorpresa nel marito. In questo modo, però, la famiglia condanna sé stessa al campo di concentramento destinato ai traditori della patria. Le tre figlie, su richiesta di Topazia, accompagneranno i genitori nel campo di reclusione. Prima di essere trasferiti, i Maraini restano confinati per tre settimane a casa loro, con un agente di polizia messo a guardia di fronte alla porta d’ingresso. L’unica cui è permesso di uscire per comperare un po’ di cibo e rientrare per condividerlo con i cinque è la dolcissima Miki Uriu, la balia delle piccole di casa...

È meglio chiudere in un cassetto i ricordi dolorosi, quelli che fanno male e che si tenta in ogni modo di staccarsi dal cuore, dove da tempo se ne stanno incollati e lo appesantiscono, oppure è bene lasciarli fluire, permettere loro di risalire dal pozzo nero nel quale si sono andati a depositare e ascoltarli, mentre rammentano testimonianze dure che è bene tuttavia condividere e rendere note? Questo è l’interrogativo da cui parte Dacia Maraini – una delle voci più autorevoli del panorama letterario italiano – che offre al lettore una testimonianza intima e dolorosa, che smette di essere privata nel momento in cui viene posta su carta e si fa strumento e voce universale capace di trasformare le memorie di una bambina nel resoconto attento e struggente di un’esperienza davvero difficile e dolorosa, quella della detenzione in un campo di prigionia. L’ostilità del luogo, le difficili condizioni di vita che diventano ancora più complicate quando a doverle subire sono dei bambini, la scarsità del cibo, le umiliazioni, il freddo, la speranza che si indebolisce ogni giorno e le difficoltà che invece si fanno via via maggiori sono narrati attraverso la voce e lo sguardo di una bambina, la figlia di due persone che hanno posto la fedeltà agli ideali di libertà e pace al di sopra di tutto, anche della propria salvaguardia personale. Serviranno ottant’anni alla bambina di allora per essere pronta a raccontare due anni di detenzione nel campo di concentramento nipponico a Nagoya, un periodo certamente duro e doloroso ma anche carico di esperienza, di coraggio e, incredibilmente, di umanità. Le figure dei genitori della Maraini vengono ritratte in tutta la loro levatura morale – toccante è la narrazione del gesto di Fosco Maraini, che non esita a sacrificare una falange per ottenere condizioni di vita più decorose per la sua famiglia – e diventano simbolo di coraggio e lotta per la libertà e la pace. Un memoir intenso e lucido, un linguaggio scevro di retorica ma comunque capace di commuovere, la testimonianza preziosa di un’intellettuale di riguardo, un resoconto che deve essere letto e riletto con attenzione.